Da domani inizia l’iter parlamentare della nuova Legge finanziaria, ma il possibile “caso del giorno” dopo le polemiche della scorsa settimane (e altre se ne annunciano) è rappresentato dal provvedimento del Governo che punta a tagliare gli aumenti di stipendio dei magistrati.
Come in molti ricorderanno, l’altra settimana la premier Giorgia Meloni non aveva firmato il Decreto per sbloccare gli stipendi delle toghe e ora, con all’orizzonte lo spauracchio dei ricorsi, l’Esecutivo ha deciso per un intervento ancor più diretto alla vigilia dell’iter per l’approvazione della Legge finanziaria.
Stipendi dei magistrati, cosa cambia dal 2027
La manovra riscrive dunque i criteri di adeguamento delle retribuzioni delle toghe.
Nel mirino il sistema di calcolo degli incrementi legati agli stipendi degli altri dipendenti pubblici e il rischio di conteggiare due volte gli arretrati.
Sullo sfondo, quasi un miliardo di euro da riconoscere per il passato e un nuovo fronte di tensione con l’Associazione nazionale magistrati.
Vale comunque la pena ricordare che non si tratta di un taglio diretto agli stipendi dei magistrati, ma di una modifica delle regole che determinano i loro aumenti futuri.
È questo il punto centrale dell’intervento contenuto nell’articolo 67 della legge di Bilancio, con il quale il Governo punta a contenere la spesa pubblica e a correggere il meccanismo di adeguamento delle retribuzioni di magistrati, avvocati e procuratori dello Stato.
Perché il Governo vuole ridurre gli aumenti, il nodo dei calcoli
Per capire le ragioni della decisione bisogna partire da una particolarità: a differenza della maggior parte dei dipendenti pubblici, queste categorie non rinnovano il proprio stipendio attraverso la normale contrattazione collettiva.
I loro adeguamenti sono legati, per legge, agli incrementi retributivi registrati negli altri comparti del pubblico impiego.
Un sistema che, dopo le recenti sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, è finito al centro di un contenzioso sui criteri utilizzati per calcolare gli aumenti.
Ecco allora che la manovra nelle intenzioni dell’Esecutivo andrà a introdurre due correttivi destinati a incidere sugli adeguamenti dal 2027.
Il primo riguarda il metodo con cui vengono calcolati gli incrementi medi degli stipendi pubblici: si passa a una media ponderata, che attribuisce un peso diverso alle singole categorie in base al numero dei lavoratori che ne fanno parte.
In termini semplici, non tutte le categorie potranno più incidere allo stesso modo sul risultato finale, indipendentemente dalla loro consistenza numerica.
L’obiettivo è ottenere una rappresentazione più fedele dell’aumento medio effettivamente percepito dai dipendenti pubblici e, di conseguenza, una base di calcolo più aderente alla realtà per gli adeguamenti delle toghe.
Il secondo intervento esclude dal calcolo gli arretrati riconosciuti ai dipendenti pubblici in seguito ai rinnovi contrattuali tardivi.
Il motivo è evitare che somme riferite ad anni precedenti, già considerate nella determinazione degli incrementi retributivi, vengano conteggiate nuovamente.
Il peso degli arretrati e il conto per lo Stato
La questione assume un rilievo particolare perché il Governo deve fare i conti anche con gli adeguamenti relativi agli anni passati.
Le sentenze della giustizia amministrativa hanno infatti annullato i precedenti criteri di calcolo, aprendo la strada al riconoscimento delle somme dovute.
La legge di Bilancio prevede risorse per circa 970 milioni di euro per far fronte a questi oneri.
Una cifra riferita alla partita degli adeguamenti arretrati, che non va confusa con un aumento uguale per tutti i magistrati: gli importi individuali dipendono dalla posizione e dalla retribuzione di ciascuno.
Nei giorni scorsi si era parlato di possibili somme fino a 100mila euro a testa, tra arretrati e incrementi, ma l’Associazione nazionale magistrati ha contestato questa rappresentazione.
In ogni caso, la questione ha assunto un peso politico evidente: mentre lo Stato deve reperire risorse per dare seguito alle decisioni dei giudici, l’Esecutivo intende evitare che il sistema produca in futuro aumenti ritenuti eccessivi o calcolati su basi non corrette.
È importante, tuttavia, distinguere i due piani.
Le nuove regole sono rivolte agli adeguamenti futuri e non cancellano automaticamente le somme maturate in passato in conseguenza delle pronunce giudiziarie.
Lo scontro con l’Anm: in gioco anche l’indipendenza della magistratura
Come detto non sono mancate e non mancheranno le polemiche.
La modifica messa sul tavolo dal Governo apre inevitabilmente un confronto con la magistratura.
Il presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, ha dichiarato che l’associazione si riserva di valutare nel merito la norma, ricordando però che la tutela delle retribuzioni costituisce una condizione per salvaguardare l’indipendenza della giurisdizione.
Il tema, quindi, non riguarda soltanto la quantificazione degli stipendi.
Da una parte c’è l’esigenza del Governo di contenere la spesa e rendere più rigorosi i criteri di calcolo.
Dall’altra, la necessità di garantire che le retribuzioni dei magistrati non siano condizionate da interventi capaci di comprometterne l’autonomia.
La stessa Anm ha richiamato, a questo proposito, gli orientamenti della Corte costituzionale e della Corte di giustizia dell’Unione europea, sottolineando che sulle dinamiche stipendiali dei magistrati si può intervenire nel quadro di misure di carattere generale.