Udienza cautelare

Lavitola ammette il mandato a Gomez, ma esclude il movente politico

I legali illustrano il ruolo dell’ex faccendiere e chiedono la permanenza nell’abitazione indicata in Basilicata

Lavitola ammette il mandato a Gomez, ma esclude il movente politico

Valter Lavitola ha ricostruito davanti al Tribunale del Riesame il proprio ruolo nella vicenda dell’attentato ai danni del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Secondo quanto riferito al termine dell’udienza dai suoi difensori, Sergio e Arturo Cola, l’ex faccendiere avrebbe riconosciuto la propria responsabilità per le modalità con cui aveva affidato l’incarico, sostenendo però che l’idea di utilizzare una bomba sarebbe stata di Gomez.

I giudici del Riesame si sono riservati la decisione sulle richieste presentate dalla difesa. Nel corso dell’interrogatorio, secondo la ricostruzione degli avvocati, Lavitola avrebbe spiegato di avere incaricato Gomez di occuparsi della vicenda lasciandogli ampia autonomia sulle modalità operative. L’incarico, hanno precisato i legali, sarebbe stato conferito senza indicazioni specifiche sul ricorso a un ordigno.

La ricostruzione dell’incarico

Il difensore Sergio Cola ha riferito che Lavitola avrebbe detto a Gomez di poter agire secondo le proprie valutazioni, facendo leva sull’esperienza maturata nel settore della sicurezza internazionale e militare. Non gli avrebbe parlato di una bomba, ma avrebbe comunque scelto di assumersi la responsabilità delle conseguenze legate al mandato conferito.

La posizione illustrata dalla difesa distingue quindi tra la decisione di affidare a Gomez la gestione della vicenda e la scelta concreta delle modalità esecutive. Nel resoconto degli avvocati, Lavitola avrebbe ammesso il proprio coinvolgimento nell’organizzazione dell’azione, negando tuttavia di avere impartito istruzioni per la realizzazione di un ordigno.

Il rapporto con Ranucci e la richiesta dei domiciliari

Nel corso delle dichiarazioni spontanee rese davanti ai giudici, Lavitola avrebbe parlato anche del rapporto con Ranucci. Arturo Cola ha spiegato che dall’amicizia con il conduttore sarebbe derivato per l’ex faccendiere anche un vantaggio personale, descritto come un riscatto sociale legato alla necessità di prendere le distanze dai propri trascorsi giudiziari.

Secondo la difesa, questo beneficio personale si sarebbe affiancato alla volontà di tutelare l’incolumità di un amico. I legali hanno inoltre contestato la lettura della Procura sul possibile movente politico, sostenendo che si tratterebbe di un’ipotesi priva di fondamento. Lavitola, hanno riferito, avrebbe ribadito più volte che Ranucci non aveva intenzione di candidarsi né di entrare in politica.

Nel corso dell’udienza Sergio e Arturo Cola hanno infine chiesto per Lavitola la misura degli arresti domiciliari a Noepoli, in Basilicata. La decisione sulla richiesta e sulle altre istanze della difesa sarà presa dal Tribunale del Riesame dopo la riserva formulata al termine dell’udienza.