Il conflitto tra Iran e Stati Uniti registra una nuova escalation nel Golfo, con attacchi contro petroliere, minacce alla navigazione nello Stretto di Hormuz e conseguenze immediate sui mercati energetici. Il prezzo del greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile, mentre centinaia di navi e circa 6.000 marinai risultano bloccati nell’area del Golfo Persico secondo la ricostruzione riportata nel testo.
La crisi marittima nel Golfo
Gli Stati Uniti avrebbero distrutto almeno otto petroliere iraniane, ritenendole parte della cosiddetta flotta ombra utilizzata dai Pasdaran per finanziare milizie regionali. Teheran ha reagito ampliando la zona sottoposta a sanzioni e blocco attorno a Hormuz, estendendola, secondo il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione Hossein Mohebi, verso il Mare di Oman e il Mar Arabico.
La risposta iraniana sarebbe arrivata dopo il lancio di missili balistici contro una portaerei e un cacciatorpediniere statunitensi. I Pasdaran hanno inoltre rivendicato un attacco contro la base giordana di Al-Azraq e contro alcune imbarcazioni americane. Il segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che ogni attacco iraniano a navi della Marina statunitense avrebbe come conseguenza la perdita di altre petroliere.
Nel tratto di Bab el-Mandeb, strategico per le rotte dirette al Canale di Suez, la tensione coinvolge anche l’Arabia Saudita e i ribelli Houthi. Secondo il testo, Teheran starebbe aumentando la pressione su Riad attraverso i suoi alleati yemeniti, mentre l’Arabia Saudita avrebbe condotto oltre 30 attacchi aerei in diverse zone dello Yemen, comprese Taiz e Hodeida.
Il dossier nucleare e il fronte politico
Il Consiglio dei governatori dell’AIEA ha votato il deferimento del dossier nucleare iraniano al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, contestando il mancato rispetto degli obblighi di non proliferazione. Iran, Russia, Cina e Niger hanno respinto la decisione, definendola frutto di pressioni politiche. Un’analisi satellitare del Center for Strategic and International Studies ha inoltre segnalato una crescita dell’attività edilizia nel sito sotterraneo di Pickaxe Mountain, vicino a Natanz.
Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, attraverso il portavoce Stephane Dujarric, ha espresso preoccupazione per gli attacchi alle navi commerciali e per le minacce alle infrastrutture energetiche, chiedendo il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. I media statali iraniani hanno riferito anche di esplosioni sull’isola di Qeshm e a Sirik.
Nel frattempo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la caduta della Repubblica islamica sarebbe vicina. Il presidente americano Donald Trump ha sostenuto che la guerra potrebbe terminare dopo le elezioni di metà mandato statunitensi e ha annunciato l’intenzione di parlare con Israele sulle sanzioni britanniche contro gli insediamenti in Cisgiordania.
Sul fronte israeliano, Netanyahu ha annunciato una querela per diffamazione contro il quotidiano Haaretz e il giornalista Shlomi Eldar. L’inchiesta contestata riferiva di un presunto avvertimento ricevuto dal premier emiratino Mohammed bin Zayed prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Netanyahu ha definito la ricostruzione una manovra politica e ha accusato gli allora vertici dello Shin Bet e dell’esercito, Ronen Bar e Herzi Halevi, di non avere reagito tempestivamente agli allarmi.
A Gaza, intanto, una coppia e i loro due figli sono morti in un attacco israeliano a nord della Striscia, secondo fonti mediche e della sicurezza palestinese citate da France Presse e Al Jazeera. Altre persone sarebbero rimaste ferite. La Siria ha inoltre condannato l’ingresso di Netanyahu nel proprio territorio e la visita al Monte Hermon, mentre il gruppo israeliano Yesh Din ha accusato Israele di portare avanti in Cisgiordania una politica di annessione e trasferimento forzato della popolazione palestinese.