Voto decisivo

Riforma elettorale, la maggioranza cerca il via libera definitivo

L’esame prosegue tra fiducia, scrutinio segreto e rischio di dissensi interni: l’esito condizionerà la durata della legislatura

Riforma elettorale, la maggioranza cerca il via libera definitivo

La riforma elettorale entra nella fase decisiva del suo esame parlamentare. La commissione Affari costituzionali della Camera ha concluso i lavori conferendo il mandato al relatore: a favore ha votato l’intera maggioranza, mentre le opposizioni, compreso Futuro Nazionale, si sono espresse contro. In Aula è già iniziata la discussione generale e domani è previsto il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità, mozioni procedurali che di norma vengono respinte. Le opposizioni hanno annunciato la richiesta di scrutinio segreto.

Il calendario prevede intorno al 5 ottobre i voti di fiducia, che potrebbero essere due o tre. La fiducia sarà posta certamente sugli articoli 1 e 2, sia alla Camera sia al Senato, dove sono state introdotte le preferenze. Resta da stabilire se il Governo la chiederà anche sull’articolo 3. Il voto finale sull’intero provvedimento dovrebbe arrivare l’8 ottobre, oppure il giorno successivo, ancora una volta con la possibile richiesta di scrutinio segreto da parte delle opposizioni.

La maggioranza punta a evitare modifiche

In terza lettura la Camera è chiamata a esaminare soltanto le parti modificate dal Senato. Qualsiasi cambiamento costringerebbe quindi il testo a tornare a Palazzo Madama, a meno di un anno dalla scadenza naturale della legislatura. Per questo la maggioranza punta ad approvare senza modifiche il testo già votato dal Senato, passato con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni.

La posta politica è alta. Giorgia Meloni ha avvertito la maggioranza che un eventuale voto contrario alla Camera imporrebbe al Governo di trarne le conseguenze. Se la riforma sarà approvata, la legislatura dovrebbe proseguire almeno fino alla primavera. In caso di sconfitta determinata anche da dissensi interni, la presidente del Consiglio potrebbe salire al Quirinale per chiedere elezioni anticipate, ma la decisione spetterebbe al capo dello Stato.

La fiducia ridurrebbe il margine di rischio sui passaggi più delicati, trasformandoli in voti palesi, ma non eliminerebbe l’incertezza sul voto finale, che può essere segreto. Un precedente risale a luglio, quando l’emendamento sulle preferenze fu respinto per un solo voto, con 187 voti contrari e 188 favorevoli. Secondo una stima riportata dal Giornale, con i nove deputati di Futuro Nazionale contrari la maggioranza disporrebbe di 235 voti su 400 e sarebbero necessari almeno 36 franchi tiratori per bocciare la legge. A luglio il loro numero era stato stimato tra 31 e oltre 40.

Preferenze e reazioni dei partiti

Il testo approvato dal Senato prevede un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento del 3 per cento e del 10 per cento per le coalizioni. Sono previsti inoltre un premio di 70 deputati e 35 senatori per la lista o coalizione che superi il 42 per cento in entrambe le Camere, capilista bloccati e fino a tre preferenze. Il premio verrebbe assegnato attraverso liste bloccate scelte dai partiti. La riforma stabilisce anche l’obbligo di indicare il candidato premier e tre diversi regimi per la raccolta delle firme.

Le opposizioni hanno annunciato che, in caso di approvazione, promuoveranno cause civili attraverso comitati di cittadini. L’obiettivo è arrivare a una pronuncia giudiziaria che possa sollevare una questione di legittimità costituzionale davanti alla Consulta. Alfredo Boccia, del Partito democratico, ha dichiarato che i ricorsi partiranno il giorno successivo all’approvazione.

Meloni ha blindato il provvedimento con la fiducia e ha chiesto la presenza di ministri e sottosegretari. Il Giornale riferisce inoltre di possibili pressioni su Lega e Forza Italia per escludere dalle candidature chi dovesse dissociarsi, mentre circa quindici deputati di Fratelli d’Italia sarebbero considerati osservati speciali. La ricostruzione resta attribuita al quotidiano.

Il principale punto di frizione nella maggioranza riguarda da tempo le preferenze. A luglio Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc presentarono un emendamento sul tema; Lega e Forza Italia si allinearono dopo iniziali esitazioni. In seguito FdI votò insieme a Futuro Nazionale, mentre Lega e FI votarono contro. Il vicepremier Antonio Tajani ridimensionò allora lo scontro, sostenendo che le preferenze non fossero l’elemento fondamentale della legge.

Futuro Nazionale resta la variabile più incerta. Il 22 settembre Roberto Vannacci ha annunciato che il gruppo non avrebbe votato la riforma, definendo le preferenze non autentiche e sostenendo che il testo sembrasse costruito per contrastarlo. Il partito ha presentato un emendamento per introdurre preferenze senza capilista bloccati, ma la proposta è stata bocciata anche nell’ultima seduta della commissione. Le opposizioni, intanto, si sono presentate compatte: Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa hanno visto respingere emendamenti comuni sulle preferenze e hanno contestato la cancellazione della parità di genere, la disciplina delle firme e le barriere per le liste minori.