La quarta sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi per omicidio colposo nei confronti di una dermatologa, ritenuta responsabile della morte di Giulia Cavallone, magistrata romana scomparsa a 36 anni il 17 aprile 2020 a causa di un melanoma cutaneo. La sentenza chiude un lungo procedimento giudiziario iniziato quando la donna era ancora viva.
Cosa è successo nella diagnosi
Secondo quanto emerso, la dermatologa avrebbe scambiato per almeno due volte, nell’arco di otto mesi, un melanoma maligno per una semplice verruca seborroica. La specialista aveva rassicurato la paziente, omettendo di effettuare approfondimenti diagnostici che avrebbero potuto evitare l’errore fatale. I consulti si erano svolti il 1 novembre 2013 e a giugno dell’anno successivo, senza che venisse mai consigliato un prelievo o una biopsia. Solo nel 2014 è avvenuta l’asportazione al San Camillo di Roma, ma ormai il tumore era in fase avanzata, compromettendo diversi organi, tra cui cervello, fegato e polmoni.
Il processo e la battaglia legale
Il collegio giudicante ha accolto le richieste del procuratore generale Olga Mignolo e degli avvocati delle parti civili, Stefano Maccioni e Nicola Di Mario, che hanno assistito la famiglia di Cavallone. I familiari ricordano le prime fasi del processo, quando Giulia era ancora in vita, sottolineando che si chiude un capitolo doloroso iniziato con un processo per lesioni personali e proseguito per omicidio colposo dopo la sua morte. Hanno espresso la volontà di sensibilizzare sull’importanza della prevenzione oncologica e sull’attenzione necessaria da parte del personale sanitario, sperando che episodi simili non si ripetano in futuro.