Valter Lavitola ha ammesso davanti al giudice per le indagini preliminari di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. La dichiarazione è arrivata al termine di un interrogatorio di garanzia durato oltre cinque ore, dopo l’arresto dell’imprenditore nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma. A riferire il contenuto dell’interrogatorio è stato l’avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola.
Secondo quanto spiegato dal legale, l’imprenditore avrebbe confermato l’ipotesi accusatoria sostenendo di aver agito per tutelare l’incolumità del giornalista. Ranucci, ha riferito Cola, sarebbe stato al centro di diversi tentativi pericolosi di aggressione e l’obiettivo sarebbe stato anche quello di fargli innalzare il livello della scorta. La ricostruzione dovrà ora essere verificata dagli investigatori e valutata nel corso del procedimento.
Il movente ipotizzato dagli inquirenti
La tesi della Direzione distrettuale antimafia di Roma attribuisce all’azione un movente singolare: l’attentato non sarebbe stato organizzato per colpire Ranucci, ma paradossalmente per accrescere la sua notorietà e rafforzarne il profilo pubblico in vista di una possibile futura attività politica. Gli inquirenti ritengono che il giornalista fosse all’oscuro del progetto. Il suo legale, Roberto De Vita, lo ha descritto come vittima dell’attentato, del presunto tradimento di una persona ritenuta amica e della successiva esposizione mediatica e politica della vicenda.
Negli atti dell’inchiesta sono riportate conversazioni che, secondo gli investigatori, documenterebbero l’interesse di Lavitola per le potenzialità politiche del conduttore di Report. In messaggi risalenti all’ottobre 2024, l’ex editore avrebbe prospettato a Ranucci un futuro da leader nazionale, citando anche l’ipotesi di un ruolo di primo piano nelle istituzioni. Nei primi mesi del 2025 avrebbe inoltre valutato la possibilità di commissionare un sondaggio per misurare il gradimento di personaggi pubblici e capire la competitività di una sua eventuale candidatura.
Gli accertamenti e il confronto politico
Gli investigatori stanno esaminando telefoni, computer e altro materiale sequestrato per ricostruire il movente e la catena delle responsabilità. Un ruolo ritenuto centrale è quello di Gomes Tavares, indicato come intermediario tra Lavitola e il gruppo che avrebbe collocato l’ordigno davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia. La Procura sarebbe pronta ad avviare le procedure per la sua estradizione.
La vicenda ha aperto anche un fronte interno alla Rai. Il Comitato Etico dell’azienda si è riunito per valutare la posizione di Ranucci alla luce degli sviluppi dell’inchiesta e degli elementi contenuti negli atti, compresi i rilievi del gip che escluderebbero un accordo tra il giornalista e Lavitola. La relazione conclusiva dovrebbe essere trasmessa all’amministratore delegato, chiamato a valutare il futuro della conduzione di Report.
Sul caso sono intervenuti esponenti di schieramenti diversi. Il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto chiarezza sui rapporti tra Ranucci e Lavitola e ha contestato l’impiego di risorse pubbliche per chi fosse coinvolto nella vicenda; il giornalista ha replicato sui social sostenendo che la richiesta puntasse alla sua sospensione. La senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Floridia ha difeso Ranucci, definendolo vittima dell’attentato e criticando l’ipotesi di una sua rimozione. Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, ha invece chiesto di accertare se l’eventuale progetto politico potesse spiegare l’attenzione di Report verso Giorgia Meloni e la sua famiglia. Le responsabilità individuali restano comunque da accertare nelle sedi giudiziarie.