In Gran Bretagna, il governo di Keir Starmer è sotto attacco per il caso di Henry Novak, un diciottenne accoltellato a dicembre da un giovane indiano, Vickrum Digwa. Dopo l’aggressione, Digwa ha contattato la polizia sostenendo di essere stato vittima di un’aggressione razzista e di essersi dovuto difendere. Novak è morto mentre gli agenti lo ammanettavano, nonostante le sue richieste di aiuto. La destra populista, rappresentata da figure come Nigel Farage e Tommy Robinson, ha lanciato la campagna “white lives matter”, sostenendo che la polizia ha dato credito alla denuncia di un uomo di colore piuttosto che a quella di un ragazzo bianco, evidenziando così, secondo loro, il razzismo contro i bianchi come emergenza sociale.
Nel frattempo, in Italia, quattro braccianti, di cui non si ricordano nemmeno i nomi, sono stati bruciati vivi in un’auto dai loro caporali. Questo tragico evento solleva interrogativi su cosa pensassero questi migranti riguardo al razzismo contro i bianchi. La diffusione di tale piaga in Italia è testimoniata anche da un articolo del Corriere della Sera, che ha titolato “La pista di una vendetta tra gruppi di immigrati”. Un titolo che fa riflettere sulla narrazione mediatica e sulla percezione degli immigrati.
La narrazione mediatica
La giornalista Guia Soncini ha richiamato alla mente una vecchia striscia di Pericoli e Pirella, in cui un giornalista modifica un titolo per enfatizzare l’origine meridionale di un investitore. Questo esempio mette in luce come la narrazione possa essere distorta per adattarsi a stereotipi e pregiudizi. Luca Bizzarri, in un podcast, ha commentato che non ci interessa garantire diritti ai lavoratori perché ciò potrebbe aumentare il prezzo delle fragole, evidenziando una disconnessione tra i diritti umani e le preoccupazioni economiche.
Il problema principale, tuttavia, non è solo economico. Politici e media tendono a ignorare le storie di immigrati come vittime, poiché riconoscerne i diritti potrebbe comportare una perdita di voti e ascolti. Quando i braccianti diventano vittime di violenze estreme, come nel caso di quelli bruciati vivi, vengono etichettati come “invisibili”, una definizione che serve più a giustificare l’indifferenza che a promuovere una reale autocritica.
Il silenzio della politica
Il primo politico che osasse affrontare la questione si troverebbe a dover rispondere a domande sul presunto razzismo degli italiani, costringendolo a negare qualsiasi accusa per non compromettere le proprie possibilità di rielezione. Questo circolo vizioso di silenzio e negazione perpetua una cultura di invisibilità e sfruttamento, lasciando i braccianti e altri lavoratori migranti in una situazione di vulnerabilità e abbandono.