Scenario mediorientale

Iran e Usa, trattative in salita tra nucleare e tensioni regionali

Divergenze persistenti: mediazioni ONU, smentite, accuse incrociano la crisi atomica

Iran e Usa, trattative in salita tra nucleare e tensioni regionali

Restano profonde le distanze tra Washington e Teheran mentre i mediatori internazionali tentano di riaprire il dialogo sul programma nucleare iraniano e sul conflitto in corso. Le dichiarazioni provenienti dalle due capitali mostrano posizioni ancora lontane: l’Iran nega l’avvio di colloqui diretti con gli Stati Uniti, mentre l’amministrazione americana sostiene che siano in corso contatti indiretti attraverso i mediatori.

Il dossier nucleare al centro del confronto

Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio (in copertina con Trump), intervistato da Fox News, ha descritto la leadership iraniana come animata da una visione apocalittica e ha sostenuto che Teheran non possa essere autorizzata a possedere un’arma nucleare. Nella stessa intervista ha affermato che l’Iran sarebbe in una situazione di forte difficoltà economica, vicino al dissesto e indebolito dalle sanzioni e dalla pressione esercitata dagli Stati Uniti.

Secondo ricostruzioni di CNN, Axios e Wall Street Journal, la Casa Bianca avrebbe valutato un possibile alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di parte dei fondi iraniani congelati in cambio di progressi verificabili sul nucleare e della riapertura agli ispettori dell’AIEA. Donald Trump ha però smentito di avere offerto concessioni a Teheran. Anche le possibilità di un’intesa vengono giudicate estremamente ridotte da una fonte statunitense citata da Al-Arabiya.

A New York, a margine dei lavori dell’Assemblea generale dell’Onu, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è atteso per un incontro con il segretario generale António Guterres. Le fonti iraniane precisano che la delegazione sarebbe disponibile a parlare con i mediatori, ma non con i negoziatori americani. Nel frattempo, le autorità iraniane hanno riferito di colpi di avvertimento esplosi contro navi commerciali accusate di violazioni nelle acque dello Stretto di Hormuz, una delle principali rotte mondiali per il trasporto del petrolio.

Le accuse sul 7 ottobre in Israele

Parallelamente, in Israele resta aperto lo scontro politico sulla gestione della sicurezza prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Il Wall Street Journal sostiene che l’intelligence egiziana, attraverso Abbas Kamel, avrebbe avvertito più volte il premier Benjamin Netanyahu, anche nelle ore precedenti alla strage. L’ufficio del primo ministro respinge la ricostruzione e afferma che non vi sarebbe stato alcun colloquio con Kamel né alcun avvertimento trasmesso direttamente a Netanyahu.

Nel confronto è intervenuto anche Ronen Bar, ex capo dello Shin Bet, secondo cui il premier sarebbe stato informato del rischio di un attacco di proporzioni eccezionali. Netanyahu nega le accuse e sostiene che le ricostruzioni siano sostenute da attori stranieri ostili con l’obiettivo di indebolire il governo di destra. Al centro delle polemiche c’è inoltre una visita riservata del premier negli Emirati Arabi Uniti, dove avrebbe chiesto al presidente Mohammed bin Zayed di smentire precedenti avvertimenti attribuiti ad Abu Dhabi.

L’ufficio di Netanyahu ha annunciato un’azione contro Channel 12, accusando l’emittente di avere diffuso informazioni sul volo quando l’aereo non aveva ancora raggiunto Israele. Secondo la denuncia, la pubblicazione avrebbe messo a rischio la sicurezza del premier, della moglie e della delegazione, composta anche da esponenti del Mossad, del Consiglio di sicurezza nazionale, dell’esercito e dello Shin Bet. La vicenda si inserisce in un clima politico segnato dalle responsabilità attribuite ai vertici israeliani per le falle che precedettero l’attacco.