La scadenza dei 60 giorni previsti dal memorandum del 17 giugno tra Iran e Stati Uniti arriva in un quadro segnato da nuove minacce, attacchi e difficoltà diplomatiche. Teheran considera il termine ormai privo di valore: secondo il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei, Washington avrebbe violato l’intesa poche settimane dopo la firma, impedendo l’avvio dei colloqui sulla revoca delle sanzioni e sulla questione nucleare.
Baghaei ha precisato che nel memorandum non sarebbe indicata una scadenza vincolante e che l’Iran non definisce la propria politica sulla base di ultimatum. Il periodo di due mesi, ha aggiunto, avrebbe dovuto servire a negoziare un accordo definitivo e avrebbe potuto essere prorogato. Il portavoce ha inoltre respinto le ricostruzioni sull’esistenza di un nuovo mediatore tra Teheran e Washington: Pakistan e Qatar, così come alcuni Paesi europei, stanno cercando di favorire il dialogo, ma non sarebbe stato riconosciuto alcun nuovo canale formale.
Le frizioni sullo Stretto di Hormuz
Restano aperti, intanto, i colloqui tra Iran e Oman per definire una rotta di transito marittimo nello Stretto di Hormuz. Il piano dovrebbe tutelare gli interessi dei due Paesi rivieraschi e garantire il passaggio delle navi commerciali, ma la sua elaborazione procede lentamente per le difficoltà di sicurezza e per il numero di soggetti coinvolti, secondo la versione fornita da Baghaei.
La situazione è accompagnata da dichiarazioni sempre più dure. Il generale dei Guardiani della rivoluzione Yadollah Javani ha sostenuto che l’apparato difensivo iraniano sia pronto ad assumere una configurazione offensiva e ha preannunciato possibili sorprese strategiche per i nemici. Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, durante i 60 giorni dell’intesa i vertici iraniani avrebbero utilizzato il tempo per prepararsi a un eventuale conflitto più ampio. Le ricostruzioni sul confronto navale e sulle misure annunciate da Washington e Teheran restano inserite in un contesto di forte contrapposizione politica e militare.
Raid nel sud del Libano
Un ulteriore fronte di crisi si è aperto nel sud del Libano, dove raid israeliani hanno provocato 11 morti. Tre militari dell’unità di commando Maglan sono rimasti gravemente feriti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’operazione è stata condotta dopo il lancio di un drone esplosivo da parte di Hezbollah contro truppe israeliane. L’esercito israeliano ha poi comunicato l’uccisione di Ali Samir Al-Haj Hassan, indicato come comandante di una struttura di Hezbollah, e di Ali Muhammad Fakhr al-Din, responsabile dell’area a nord del fiume Litani.
Il presidente libanese Joseph Aoun ha condannato gli attacchi, definendoli un messaggio in vista dei negoziati tra Beirut e Israele previsti a settembre a Roma. Hezbollah ha minacciato una risposta e ha chiesto alle autorità libanesi di interrompere colloqui ritenuti umilianti. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato nuovi attacchi contro la milizia sciita e contro chiunque colpisca cittadini o soldati israeliani. Gli Stati Uniti, secondo Haaretz, hanno chiesto chiarimenti a Israele, mentre l’inviato Jared Kushner è atteso nella regione per discutere anche del dossier libanese.
Parallelamente, in Iraq, due droni Hadid-110 attribuiti all’Iran hanno colpito l’ufficio del primo ministro della regione del Kurdistan, Masrour Barzani, e la residenza del responsabile della sicurezza nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Non sono state segnalate vittime. Le autorità antiterrorismo curde hanno definito l’attacco inaccettabile e hanno avvertito che i responsabili dovranno risponderne.
Teheran ha infine dichiarato che considera prigionieri di guerra i tre piloti iraniani catturati dal Qatar a marzo, mentre Doha nega la ricostruzione e non ha chiarito pubblicamente la loro situazione. I piloti, secondo il ministero degli Esteri iraniano, stavano partecipando ad attacchi contro la base statunitense di Al Udeid, in Qatar. Sul dossier di Gaza, Hamas ha invece confermato a Kushner, durante un incontro in Egitto, l’impegno per il disarmo e la smilitarizzazione della Striscia, dichiarandosi pronta a trasferire il controllo civile a un governo palestinese una volta operativo.