Il 17 giugno, a Versailles, Donald Trump ha firmato con l’Iran un Memorandum d’intesa in quattordici punti. Lo stesso giorno, a Teheran, lo controfirmava il presidente Masoud Pezeshkian, definendolo «il messaggio di un Iran forte». Queste due immagini — la reggia dei re di Francia e la capitale della Repubblica islamica — evidenziano quanto si sia spostato l’asse del potere in dodici mesi e due guerre.
È importante non confondere i due conflitti. La prima guerra, nel giugno 2025, durò dodici giorni: Israele colpì gli impianti nucleari iraniani, mentre gli Stati Uniti intervennero con i bombardieri B-2 su Fordow e Natanz. La seconda guerra, più ampia e articolata, si aprì il 28 febbraio 2026 con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e si chiuse, dopo mesi di conflitto e la chiusura dello Stretto di Hormuz, con l’intesa di Versailles.
Tra i due eventi si evidenzia una tendenza: ogni colpo inferto a Teheran ha accresciuto, non diminuito, il suo peso negoziale. Questo rappresenta il primo dei tre rovesciamenti che analizziamo. L’Iran è passato da paria a interlocutore non perché abbia vinto — i suoi siti sono stati colpiti e i suoi vertici eliminati — ma perché è sopravvissuto e ha trattato da pari con la prima potenza del mondo, arrivando alla fine delle ostilità, alla revoca delle sanzioni e alla promessa di un piano di ricostruzione.
Resta da chiarire un punto: sebbene all’estero il regime iraniano appaia rinvigorito, le proteste dello scorso inverno — le più ampie dal 1979, represse nel sangue — indicano un fronte interno fragile. Il secondo rovesciamento riguarda Israele, ed è il più amaro. Tel Aviv, che aveva cercato la supremazia regionale e la caduta del regime di Teheran, si ritrova esclusa dal tavolo di Versailles e isolata, con un governo prigioniero del proprio successo militare: stretto tra la tentazione della guerra permanente a fini elettorali e un negoziato che non controlla.
Il terzo rovesciamento è silenzioso ma cruciale. Mentre Washington colpiva e poi si ritraeva, la Cina non ha sparato un colpo ed è uscita vincitrice: corteggiata dalle monarchie del Golfo, è diventata la candidata naturale alla ricostruzione iraniana e garante di un ordine in cui la protezione americana non è più un assioma. Gli alleati arabi hanno preso nota. Qui si gioca la posta vera: non chi ha vinto la guerra, ma chi scriverà la pace.
Intorno a queste dinamiche, le macerie misurano il costo umano e politico di questa partita: in Libano oltre un milione di sfollati e uno Stato fallito; a Gaza un bilancio che supera i settantamila morti e una tregua violata di continuo. Per l’Italia, rimane un rapporto incrinato con la Casa Bianca, come si racconta nelle pagine successive. Il negoziato nucleare ha ancora la sua clessidra aperta e lo Stretto di Hormuz resta conteso. Il nuovo Medio Oriente non è un esito, ma un cantiere demolito che sta venendo ricostruito. È fondamentale comprenderlo, prima che altri lo arredino già.