Il 12 giugno 2026 segna l’entrata in vigore del Patto Ue per la migrazione e l’asilo, un pacchetto di norme che riforma il sistema comune europeo per la gestione dell’immigrazione e dell’asilo. Questo pacchetto comprende nove regolamenti e una direttiva, con l’obiettivo di rendere le procedure più rapide ed efficienti, ma a costo di minori garanzie per i diritti dei migranti.
Il nuovo sistema prevede procedure accelerate, un ricorso diffuso alla detenzione e una riduzione delle libertà individuali. La Commissione europea ha descritto il Patto come un passo verso frontiere esterne sicure e un sistema efficace di solidarietà, ma critiche sono emerse riguardo alla mancanza di trasparenza e al coinvolgimento limitato della società civile, come evidenziato da Silvia Carta di Picum.
Critiche e approvazione
Nonostante le preoccupazioni, le istituzioni europee celebrano l’entrata in vigore del Patto, con la presidenza cipriota che ha organizzato una conferenza per sottolineare l’importanza di questo traguardo. Il commissario per le migrazioni Magnus Brunner ha dichiarato che ora spetta agli Stati membri decidere l’efficacia delle nuove norme.
Il pacchetto di riforme, presentato da Ursula von der Leyen nel 2020, ha subito un cambiamento di narrazione, passando da un approccio inclusivo a uno più conservatore e securitario, riflettendo una strategia politica che mira a ottenere consensi da destra. La revisione del sistema di asilo europeo è stata accelerata, con l’introduzione di procedure che potrebbero aumentare le espulsioni e limitare i diritti dei richiedenti asilo.
Procedure e impatti
Il Patto prevede l’applicazione di procedure accelerate e l’uso di zone di frontiera per la valutazione delle domande di asilo. Il regolamento screening introduce controlli di identità e sicurezza, con la possibilità di detenzione fino a 7 giorni. Queste misure mirano a prevenire movimenti secondari all’interno dell’Unione, ma sollevano interrogativi sulla protezione dei diritti umani e sul rischio di refoulement.
In questo contesto, la finzione di non ingresso diventa centrale, creando zone di sospensione dove le procedure di frontiera possono durare fino a 12 settimane. Le nuove norme si applicano a un numero crescente di richiedenti asilo, inclusi quelli provenienti da paesi considerati sicuri, aumentando così le preoccupazioni per la tutela dei diritti fondamentali.