A cento giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, i missili lanciati da Teheran contro Israele segnano un nuovo passaggio di una crisi che continua a ripetersi. Una decina di ordigni diretti verso la base di Ramat David, nel nord del Paese, sono stati tutti intercettati, senza vittime, ma sufficienti a rimettere in moto la spirale di attacchi incrociati tra Iran, Hezbollah e Israele.
La sequenza degli eventi è ormai riconoscibile. Tutto parte da un attacco di Hezbollah contro il nord di Israele. La risposta israeliana arriva con un raid nei sobborghi meridionali di Beirut, nel cuore della capitale politica del movimento sciita. A questo punto, Teheran rivendica l’azione come risposta ai bombardamenti israeliani e lancia missili contro obiettivi militari israeliani, mentre Israele replica colpendo obiettivi in Iran.
Nessuno degli attori sembra voler superare la soglia che trasformerebbe la guerra regionale in un conflitto aperto. I missili iraniani vengono intercettati, e le risposte israeliane restano mirate su obiettivi militari. È una guerra che si muove dentro limiti sempre più precisi, dove la funzione degli attacchi è tanto militare quanto politica: segnalare deterrenza, mostrare capacità, evitando il punto di non ritorno.
Il ruolo degli Stati Uniti
In questo equilibrio instabile, gli Stati Uniti restano il centro politico della crisi e insieme il suo elemento più contraddittorio. Il presidente Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sia ancora possibile e che il negoziato non sia stato compromesso dagli ultimi attacchi. Tuttavia, Washington fatica a mantenere la pressione su Israele per evitare escalation, mentre cerca di mantenere aperto il canale diplomatico con Iran.
Trump avrebbe chiesto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di evitare ulteriori attacchi per non compromettere i colloqui con Teheran. Tuttavia, per il governo Netanyahu, non esistono fronti separati tra Libano e Iran, e la pressione militare su Hezbollah è parte della stessa strategia di sicurezza.
Una guerra ibrida
Teheran utilizza la guerra come leva negoziale, calibrando la risposta missilistica per mostrare capacità di ritorsione senza trascinare gli Stati Uniti in un confronto diretto. Allo stesso tempo, Teheran continua a legare qualsiasi possibile accordo con Washington alla situazione regionale, in particolare al ruolo di Hezbollah in Libano, trasformando il fronte libanese in una componente centrale del negoziato.
Il risultato è un conflitto che non si sviluppa in linea retta, ma in cerchi concentrici, dove ogni teatro influenza l’altro. A cento giorni dall’inizio del conflitto, il paradosso è che mentre la diplomazia parla di accordi “vicini”, sul terreno la guerra non rallenta, stabilizzandosi in una forma ibrida, fatta di attacchi limitati e risposte calibrate, senza produrre effetti reali. La crisi continua, e il punto non è più se la guerra finirà o si allargherà, ma quanto a lungo potrà restare in questo equilibrio instabile.