Meritocrazia Italia chiede la creazione della ‘Borsa del pomodoro’ a maggio, prima della raccolta, per fissare un prezzo minimo garantito e tutelare l’eccellenza della filiera nazionale dalle speculazioni della grande distribuzione.
Il paradosso della filiera conserviera e la concorrenza globale
C’è un paradosso tutto italiano che si consuma ogni estate tra i campi di Foggia e le pianure di Piacenza. L’Italia è il secondo produttore mondiale di pomodoro da industria e il primo esportatore assoluto di derivati finiti: passate, pelati, polpe che riempiono gli scaffali di mezzo mondo. Eppure, questa eccellenza fondata sulla qualità, sulla tracciabilità e su un saper fare secolare rischia costantemente lo strangolamento economico. Il motivo risiede principalmente nel sistema di mercato globale che tratta l’oro rosso come una merce qualsiasi, una commodity, e una grande distribuzione che impone regole del gioco al massacro attraverso aste elettroniche e gare al ribasso dell’ultimo minuto. Per capire come uscirne, bisogna alzare lo sguardo sulla mappa geopolitica dell’agroalimentare. Nel resto del mondo, Stati Uniti e Cina dominano i mercati globali puntando sui volumi oceanici e sul prezzo stracciato, vendendo tonnellate di concentrato grezzo in fusti. È la logica della commodity pura, dove un pomodoro vale l’altro e vince chi comprime di più i costi.
Limiti delle norme vigenti e squilibri di mercato
L’Italia non può e non deve giocare a questo gioco: la nostra filiera si regge su costi di produzione europei, su severe tutele del lavoro, sulla sfida della crisi climatica e su un prodotto premium che il consumatore globale desidera proprio perché “made in Italy”. Quando, però, le centrali d’acquisto internazionali e i discount telematici mettono le nostre industrie conserviere l’una contro l’altra a fine giugno – quando i giochi sono fatti e i magazzini sono già pieni di imballaggi acquistati al buio -, la qualità italiana viene svilita a colpi di centesimi persi davanti a un monitor. Non si tratta di una vicenda che riguarda soltanto il pomodoro: il tema investe un modello più generale di relazione tra produzione agricola, industria di trasformazione e distribuzione, nel quale la competizione giocata sulla riduzione del prezzo rischia di scaricare la pressione economica sugli anelli più deboli della catena produttiva. Negli ultimi anni sono stati introdotti strumenti importanti in questa direzione, come il divieto delle aste al doppio ribasso e le norme volte a riequilibrare i rapporti tra operatori della filiera: passi significativi, che però non risolvono il problema alla radice. Una norma può vietare una pratica, ma non elimina automaticamente le condizioni economiche che generano squilibrio quando la forza contrattuale tra le parti resta deeply asimmetrica.
Il modello cooperativo e il ruolo dell’agricoltore azionista
La soluzione non può più essere un semplice bollino o un appello alla buona volontà che, in queste trattative “digitali” non hanno spazio. Per difendere il valore del pomodoro italiano si deve introdurre una vera e propria rivoluzione strutturale, fondendo le migliori esperienze internazionali: il modello cooperativo sudamericano e la contrattazione collettiva nordamericana. Il primo passo è il salto di mentalità industriale: l’agricoltore, oltre a produrre migliorando costantemente la qualità, deve diventare azionista. Prendendo a esempio l’esperienza di una mega-cooperativa brasiliana capace di trattare da pari a pari con i trader globali, l’Italia dovrebbe favorire la nascita di grandi soggetti agroindustriali in cui le Organizzazioni di Produttori (OP) detengano la proprietà e le quote azionarie degli stabilimenti di trasformazione. Se chi coltiva la terra è anche il proprietario della fabbrica che inscatola la passata, il profitto industriale torna direttamente al campo, azzerando i conflitti interni alla filiera.
Unificazione dei settori e superamento delle frammentazioni
Ma per fare massa critica contro i giganti del retail europeo, questo modello deve superare due limiti tutti italiani: la frammentazione e il campanilismo. Lo Stato può impiegare i Contratti di Filiera e, attraverso finanziamenti pubblici strategici e mirati, le istituzioni dovrebbero incentivare l’accorpamento e la sinergia dei due polmoni del settore, il Distretto del Nord e il Bacino del Centro-Sud. Tutti i produttori-azionisti uniti in questi contratti dovrebbero delegare, in modo esclusivo, la commercializzazione della merce a un unico, invalicabile braccio commerciale comune.
La proposta della Borsa del pomodoro e le garanzie sul prezzo
Infine, per togliere alle catene di supermercati il potere del ricatto a campagna avviata, serve una svolta sul modello della California: l’istituzione di una “Borsa del pomodoro” da tenersi rigorosamente a maggio, prima della raccolta. Questo tavolo interprofessionale deve fissare, per legge, una quotazione unica e un prezzo minimo garantito, calcolato sui costi reali di produzione e trasformazione. La vera novità normativa dovrebbe essere l’estensione di questo vincolo: il prezzo della Borsa di maggio dovrebbe diventare il limite minimo legale anche per gli acquirenti esterni. Nessuna centrale d’acquisto europea, nessun discount potrà più presentarsi a stagione inoltrata pretendendo sconti del 25% con la minaccia di escludere le nostre aziende dai mercati.
Trasparenza, tracciabilità e certificazioni di filiera
Accanto al vincolo di prezzo, difendere la filiera richiede anche strumenti di trasparenza capaci di rendere visibile, e non soltanto presunto, il modo in cui il valore prodotto viene distribuito lungo il percorso produttivo. Un Indice nazionale di equità della filiera agroalimentare, in grado di mostrare quanto valore viene riconosciuto a ciascuna fase – dalla produzione agricola alla trasformazione fino alla distribuzione – permetterebbe di verificare nel tempo se la Borsa di maggio produce davvero gli equilibri attesi. A questo dovrebbe affiancarsi un sistema di tracciabilità che non si limiti a certificare l’origine geografica del prodotto, ma ne racconti l’intero percorso: qualità delle materie prime, rispetto degli standard produttivi, correttezza delle relazioni economiche tra gli operatori. Un sistema di certificazione delle filiere responsabili, infine, premierebbe concretamente le imprese – agricole, industriali, distributive – che scelgono modelli di collaborazione equilibrati, e dovrebbe accompagnarsi a un rafforzamento dei controlli sulle pratiche commerciali scorrette, capace di valutarne non solo il rispetto formale ma anche gli effetti economici reali sui rapporti tra gli operatori economicamente attivi.
Sostenibilità e valore del Made in Italy per il futuro
Solo blindando il prezzo prima della semina e presentandosi compatti sotto un’unica regia commerciale, il pomodoro italiano potrà sganciarsi dalle sabbie mobili delle commodity low-cost. Proteggere la filiera significa proteggere la sostenibilità della terra, il salario dei lavoratori agricoli e l’autentico valore del Made in Italy. La terra è pronta, l’industria anche; ora spetta alla politica e alla cooperazione fare l’ultimo, decisivo passo, come sottolineato dalle analisi di Meritocrazia Italia.