Pressione globale

Trump annuncia nuove sanzioni contro l’Iran: i Paesi a rischio

Washington punta sulle reti commerciali di Teheran; Pechino, Nuova Delhi, Ankara, Islamabad, Baghdad e Mosca valutano conseguenze

Trump annuncia nuove sanzioni contro l’Iran: i Paesi a rischio

Gli Stati Uniti preparano una nuova offensiva economica contro l’Iran con l’obiettivo di aumentare la pressione su Teheran e modificare gli equilibri della crisi in corso. Il presidente Donald Trump ha promesso misure definite devastanti, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato del più grande isolamento economico coordinato della storia, chiedendo agli alleati di scegliere tra Washington e Teheran.

La strategia americana punta a colpire non solo la leadership iraniana e le vendite di petrolio, già interessate dalle sanzioni, ma anche le reti clandestine di commercio e i circuiti bancari utilizzati per aggirare le restrizioni, procurarsi armi e mantenere attivi i rapporti con i partner stranieri. Secondo il Dipartimento del Tesoro, il giro di vite dovrebbe riguardare soprattutto i canali che passano da Emirati Arabi Uniti, Hong Kong e Singapore.

Gli alleati commerciali nel mirino

Un primo segnale è arrivato da Abu Dhabi, dopo un colloquio telefonico tra Trump e il presidente emiratino Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Gli Emirati hanno annunciato lo stop immediato a tutti gli scambi economici e commerciali e alle transazioni finanziarie con l’Iran. Nel 2024 il Paese rappresentava il 30,6% delle importazioni iraniane, per un valore di circa 21 miliardi di dollari, ed era la terza destinazione delle esportazioni di Teheran, pari a circa 7 miliardi.

Tra i partner più esposti alle possibili ritorsioni americane c’è la Cina, principale interlocutore commerciale dell’Iran e maggiore acquirente del suo petrolio. Oltre un quarto degli scambi iraniani del 2024 ha riguardato Pechino, con 18 miliardi di dollari di importazioni e 14,5 miliardi di esportazioni. Secondo il New York Times, la Cina è arrivata ad acquistare fino al 90% del greggio esportato da Teheran, anche se il blocco navale statunitense nello Stretto di Hormuz avrebbe quasi completamente limitato il trasporto marittimo.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha respinto la linea americana, sostenendo che sanzioni e pressioni economiche non risolveranno la crisi e chiedendo una soluzione politica e diplomatica. Per gli analisti citati dal quotidiano statunitense, tuttavia, l’impatto di un’eventuale stretta sarebbe più pesante per l’Iran: la Cina potrebbe sostituire il petrolio iraniano con forniture provenienti da altri Paesi, mentre Teheran importa da Pechino macchinari industriali, apparecchiature elettroniche, automobili e metalli.

Le conseguenze sui rapporti regionali

Anche l’India potrebbe subire pressioni, nonostante abbia già ridotto i rapporti con Teheran a causa delle sanzioni statunitensi. Il commercio bilaterale è passato dagli oltre 17 miliardi di dollari del 2018-2019 agli 1,63 miliardi dell’anno fiscale 2025-2026. Tra gli altri partner vulnerabili sono indicati Turchia e Pakistan, per i quali i rapporti con l’Iran hanno un peso politico e geopolitico rilevante. Nei dieci mesi precedenti gennaio 2026, Ankara ha esportato in Iran merci per 5,6 miliardi di dollari e ne ha importate per 7,91 miliardi, in larga parte prodotti energetici.

Particolarmente significativo è anche il legame con l’Iraq: nello stesso periodo le esportazioni iraniane verso il vicino hanno raggiunto 7,91 miliardi di dollari, contro circa 450 milioni di importazioni. Le sanzioni americane hanno già colpito gruppi iracheni legati a Teheran, ma gli esperti considerano più complessa l’estensione delle misure ai partner commerciali. L’applicazione, secondo una ricercatrice del Royal United Services Institute, potrebbe essere lenta, disomogenea e difficile da monitorare, senza garanzie che una maggiore pressione produca il risultato politico cercato da Trump.

Tra i Paesi che rischiano ulteriori conseguenze figura infine la Russia, già sottoposta a sanzioni per la guerra in Ucraina. Nei dieci mesi precedenti gennaio 2026 Mosca ha importato dall’Iran beni per 930 milioni di dollari ed esportato prodotti per 1,36 miliardi. La cooperazione si è rafforzata negli ultimi anni, anche sul piano militare, e una nuova rotta commerciale attraverso il Mar Caspio sarebbe utilizzata per gli scambi tra i due Paesi.

Il vicepresidente americano JD Vance ha definito il conflitto entrato in una nuova fase, indicando nella pressione economica lo strumento più efficace a disposizione di Washington. L’obiettivo dichiarato non sarebbe soltanto impedire la ricostruzione degli impianti nucleari iraniani, ma creare condizioni che rendano impossibile un nuovo tentativo. Bessent ha inoltre sostenuto che l’aumento delle sanzioni potrebbe ridurre la necessità di nuove operazioni militari su larga scala, arrivando a prevedere il collasso del regime.

Teheran ha reagito definendo le nuove misure una forma di terrorismo economico e un crimine contro l’umanità. Il ministero degli Esteri iraniano ha assicurato che la Repubblica islamica resterà determinata a difendere sicurezza e interessi nazionali, annunciando il ricorso a tutti gli strumenti e alle capacità disponibili per contrastare le pressioni militari, economiche, politiche e psicologiche degli Stati Uniti.