Gli Stati Uniti preparano una nuova offensiva economica contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di aumentare la pressione su Teheran e sbloccare lo stallo nel conflitto. Il presidente Donald Trump ha promesso misure definite devastanti, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato del più grande isolamento economico coordinato della storia, chiedendo agli alleati di scegliere se stare con Washington o contro di essa.
Il piano prevede un rafforzamento delle sanzioni già adottate contro esponenti della leadership iraniana e contro le vendite di petrolio. L’amministrazione americana punta inoltre a colpire le reti clandestine di commercio e i circuiti finanziari attraverso cui Teheran aggira le restrizioni, acquista armi e mantiene i rapporti con i propri partner. Secondo il Dipartimento del Tesoro, il giro di vite dovrebbe riguardare soprattutto i canali che passano da Emirati Arabi Uniti, Hong Kong e Singapore.
I partner commerciali nel mirino
Gli Emirati hanno già annunciato lo stop immediato agli scambi economici e commerciali e alle transazioni finanziarie con l’Iran, dopo un colloquio telefonico tra Trump e il presidente emiratino Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Nel 2024 Abu Dhabi rappresentava il 30,6% delle importazioni iraniane, per un valore di circa 21 miliardi di dollari, ed era la terza destinazione delle esportazioni di Teheran, pari a circa 7 miliardi.
Tra i Paesi più esposti alle possibili ritorsioni americane c’è la Cina, principale partner commerciale dell’Iran e maggiore acquirente del suo petrolio. Nel 2024 oltre un quarto degli scambi iraniani ha riguardato Pechino, con 18 miliardi di dollari di importazioni e 14,5 miliardi di esportazioni. Secondo il New York Times, la Cina è da anni il principale grande Paese disposto a sfidare le sanzioni occidentali sul greggio iraniano. Pechino ha però respinto la strategia americana: il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian ha sostenuto che pressioni e sanzioni non risolveranno la crisi e ha chiesto una soluzione politica e diplomatica.
Anche l’India potrebbe subire conseguenze, pur avendo ridotto in modo drastico i rapporti con Teheran negli ultimi anni. Il valore del commercio bilaterale è sceso dagli oltre 17 miliardi di dollari del 2018-2019 a 1,63 miliardi nell’anno fiscale 2025-2026. Restano esposti inoltre Turchia, Pakistan e Iraq, Paesi che mantengono relazioni commerciali e politiche rilevanti con l’Iran. Nei dieci mesi precedenti l’inizio del conflitto, le esportazioni iraniane verso l’Iraq hanno raggiunto 7,91 miliardi di dollari, mentre quelle verso la Turchia hanno superato i 7,9 miliardi.
La strategia di Washington
Il vicepresidente americano JD Vance ha descritto il conflitto come entrato in una nuova fase, nella quale la pressione economica sarebbe lo strumento più efficace a disposizione degli Stati Uniti. Secondo Vance, Washington è riuscita a far transitare quantità significative di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz nonostante gli attacchi iraniani alle navi commerciali, riducendo l’impatto sui prezzi dell’energia e colpendo nello stesso tempo l’economia iraniana.
La Casa Bianca sostiene che l’obiettivo non sia soltanto impedire il ripristino degli impianti nucleari iraniani, che gli Stati Uniti affermano di aver distrutto, ma anche evitare che Teheran possa ricostruirli. Bessent ha aggiunto che il rafforzamento delle sanzioni potrebbe rendere meno probabile una nuova operazione militare su larga scala, ma ha anche previsto che la pressione possa portare al collasso del regime. L’applicazione delle misure ai partner commerciali, secondo gli analisti citati dal New York Times, sarebbe comunque lenta, disomogenea e difficile da controllare.
La risposta iraniana è arrivata dal ministero degli Esteri di Teheran, che ha definito le nuove misure una forma di terrorismo economico e un crimine contro l’umanità. La Repubblica islamica ha dichiarato di voler difendere la propria sicurezza e i propri interessi nazionali usando tutti gli strumenti e le capacità a disposizione per contrastare le pressioni militari, economiche, politiche e psicologiche degli Stati Uniti.