Lo Stretto di Hormuz resta chiuso e non verrà riaperto finché gli Stati Uniti non cambieranno atteggiamento e non rispetteranno i propri impegni. Lo ha dichiarato Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, secondo quanto riferito dall’agenzia Irna. Teheran ha inoltre avvertito che i Paesi disposti ad aderire alle restrizioni economiche statunitensi saranno considerati nemici e dovranno affrontare conseguenze.
La crisi si intreccia con l’annuncio di Washington di una nuova offensiva finanziaria contro la Repubblica islamica. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha definito l’attuale fase il D-day economico, parlando della più ampia pressione mai esercitata contro un avversario. Gli Stati Uniti puntano a interrompere i legami finanziari e commerciali che, secondo l’amministrazione, sostengono il governo iraniano. Bessent ha sostenuto che i Paesi che prenderanno le distanze da Teheran potranno rafforzare i propri rapporti economici internazionali.
Le misure sul traffico marittimo
Nel fine settimana, secondo i dati preliminari del sistema di tracciamento Kpler, nello Stretto sono passate 17 navi mercantili: tredici sabato e quattro domenica. Il dato potrebbe cambiare perché alcune imbarcazioni hanno spento i trasponder durante il transito. L’Autorità iraniana dello Stretto del Golfo Persico ha annunciato restrizioni, multe, sequestro o confisca per le navi ritenute in violazione delle disposizioni iraniane. Il Parlamento di Teheran ha intanto approvato una tariffa di servizio per le imbarcazioni dei Paesi autorizzati, riferita a servizi marittimi, ambientali, di rifornimento, assicurativi e di sicurezza.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ammesso che il Paese sta affrontando molte difficoltà, legate anche all’inflazione, alla disoccupazione e al calo del potere d’acquisto, ma ha respinto l’ipotesi di un collasso sul modello venezuelano. Ha descritto la situazione come una guerra economica, militare e della sicurezza e ha ribadito la disponibilità a discutere una fine delle ostilità con Washington. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha invece definito la campagna americana una vecchia tattica di pressione e ha interpretato le minacce come un segnale di disperazione. A Teheran è arrivato anche il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, per colloqui con autorità iraniane, secondo l’agenzia Tasnim.
Raid e tensioni nel Medio Oriente
Intanto proseguono gli attacchi nella regione. Le Forze di difesa israeliane hanno riferito di aver colpito a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, un comandante di compagnia delle forze Nukhba di Hamas, accusato di aver partecipato all’offensiva del 7 ottobre 2023. Le condizioni dell’uomo non sono state rese note; i media palestinesi hanno riferito di diversi feriti. Secondo funzionari sanitari palestinesi citati da Reuters, due raid israeliani a Gaza hanno provocato almeno due morti, tra cui un bambino di quattro anni, e sette feriti. L’esercito israeliano ha dichiarato di stare verificando quanto accaduto.
In Cisgiordania, l’agenzia Wafa ha riferito della morte di un quattordicenne palestinese, Islam Ahmad Ajjouri, colpito al petto durante un raid israeliano nel campo profughi di Askar Al-Jadid, vicino a Nablus. Nello stesso territorio, media palestinesi hanno denunciato l’incendio di un veicolo e di un’abitazione in costruzione nel villaggio di Usarin, attribuendolo presumibilmente a coloni israeliani. L’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha definito illegali gli insediamenti in Cisgiordania e ha chiesto il ritiro del bando per oltre 1.200 abitazioni nell’area E1. Il cardinale Matteo Zuppi, intervenuto al Meeting di Rimini, ha definito inaccettabile la situazione e ha richiamato la tutela dei diritti.
Nel sud del Libano, l’agenzia Nna ha segnalato nuovi raid israeliani e bombardamenti di artiglieria nelle aree di Nabatieh e Kfar Remman. In Yemen, il governo riconosciuto a livello internazionale ha rivendicato attacchi con droni contro postazioni, spostamenti e caserme degli Houthi, sostenuti dall’Iran. Il Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, ha descritto infine la situazione di Gaza come ancora emergenziale, citando la precarietà degli sfollati costretti a vivere nelle tende e l’assenza di prospettive politiche.