Vladimir Luxuria interviene nel confronto sulla cultura woke, riacceso dalle recenti dichiarazioni di Giuseppe Conte. In un’intervista all’Adnkronos, l’attivista e volto televisivo sostiene che il ricorso a questa espressione rischi di spostare l’attenzione dalla mancanza di equità ancora presente nella società. Il punto, afferma, dovrebbe essere il riconoscimento di pari diritti e rispetto per tutte le persone, senza discriminazioni.
Il confronto con Conte
Il dibattito è nato da una lettera pubblicata da Repubblica, nella quale il leader del Movimento 5 Stelle ha riconosciuto alla cultura woke il merito di avere ampliato il concetto di giustizia, favorito un linguaggio più rispettoso e promosso nuove pratiche di riconoscimento nei luoghi di lavoro, nelle università e nei media. Conte ha però anche osservato che, per una parte della sinistra, questo indirizzo sarebbe diventato una dottrina totalizzante. Secondo il leader del M5S, una forza progressista dovrebbe tornare a occuparsi delle radici materiali delle diseguaglianze e della riduzione degli squilibri economici e sociali.
Luxuria si dice dispiaciuta per la posizione espressa da Conte, che considera più vicina a quella della destra che il campo progressista dovrebbe contrastare. Nel suo intervento cita anche il generale Roberto Vannacci, criticandone le posizioni sulle unioni civili e sui contenuti gay in televisione, e richiama la proposta attribuita a Vladimir Putin per la Russia.
Il significato del termine
L’attivista ricorda che woke significa sveglio e che il movimento è nato negli Stati Uniti nell’ambito della lotta per i diritti degli afroamericani, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulle discriminazioni. In seguito, spiega, il termine è stato esteso ai gruppi e alle categorie che chiedono uguaglianza, ma non coincide con l’idea di politicamente corretto. Per questo Luxuria contesta l’uso improprio dell’espressione anche all’interno dell’area alternativa al governo, accusata di avere arretrato sui diritti civili.
Nel ragionamento sulla necessità di una maggiore consapevolezza, Luxuria richiama la legge Mancino del 1993, che prevede aggravanti per i reati d’odio motivati da ragioni religiose, etniche o nazionali. La norma, osserva, non riconosce la stessa aggravante quando la vittima viene colpita perché gay o lesbica. Da qui la domanda sul motivo per cui chi viene aggredito o discriminato per il proprio orientamento sessuale o per l’uso di un simbolo arcobaleno non debba ricevere la medesima tutela.
Secondo Luxuria, la cultura woke sarebbe diventata un bersaglio politico per evitare di affrontare il tema dell’uguaglianza, dell’approvazione di una legge contro l’omotransfobia e dell’estensione del matrimonio a tutte le coppie. L’attivista propone invece di parlare di cultura della consapevolezza, ricordando che il colonialismo nelle Americhe, in Australia e in India avrebbe introdotto norme più punitive verso le persone gay, lesbiche e trans. A suo giudizio, il termine viene usato per alimentare il timore che qualcuno voglia limitare libertà già acquisite. La stessa dinamica, conclude, servirebbe a distrarre l’opinione pubblica nei momenti segnati da difficoltà economiche o militari.