Nel 1975, quando aveva 27 anni, Emma Bonino scelse di rendere pubblica la propria esperienza di aborto clandestino e di trasformarla in una battaglia politica. Dopo avere contribuito alla nascita del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (Cisa), si autodenunciò per il reato di procurato aborto insieme agli attivisti radicali impegnati nell’assistenza alle donne. La scelta della disobbedienza civile puntava a portare alla luce una realtà che la legge considerava ancora un reato.
La denuncia dell’ingiustizia
Bonino ha raccontato più volte di avere vissuto in prima persona un aborto clandestino, segnato da paura, solitudine e umiliazione. Da quell’esperienza nacque la decisione di impedire che altre donne fossero costrette ad affrontare la stessa situazione. Con Adele Faccio, Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia avviò un percorso di aiuto pubblico alle donne che cercavano di interrompere una gravidanza in condizioni più sicure, assumendosi apertamente la responsabilità dell’iniziativa.
In quegli anni l’interruzione di gravidanza era ancora punita dalla legge e migliaia di donne ricorrevano a pratiche clandestine, con rischi rilevanti per la salute. La possibilità di accedere a medici o strutture meno pericolose dipendeva spesso dalle disponibilità economiche: chi aveva denaro poteva cercare soluzioni più sicure, mentre le donne povere risultavano maggiormente esposte. Il Cisa e i militanti radicali denunciarono proprio questa disuguaglianza, sostenendo che la clandestinità non eliminava il fenomeno, ma ne aumentava i pericoli.
Il caso esplose pubblicamente nel 1975, quando gli attivisti furono arrestati dopo avere già rivendicato da mesi la propria attività. L’arresto faceva parte di una strategia precisa: non nascondere l’azione, ma renderla visibile per costringere l’opinione pubblica e le istituzioni a confrontarsi con l’aborto clandestino. Anche l’utilizzo di tecniche allora diffuse nei movimenti femministi francesi assumeva un significato politico, perché mostrava concretamente gli effetti di una legislazione che spingeva le donne nell’illegalità.
Dalla mobilitazione alla legge
Nel 1976 Bonino fu eletta alla Camera nelle liste del Partito Radicale, a 28 anni. Nello stesso periodo prese forma la campagna referendaria per la depenalizzazione dell’aborto, sostenuta dai Radicali e dall’Espresso, che raccolse centinaia di migliaia di firme. La mobilitazione portò il tema al centro del dibattito nazionale e contribuì al percorso politico che, dopo le elezioni anticipate ricordate da Bonino, condusse all’approvazione della legge 194 il 22 maggio 1978.
La normativa disciplinò l’interruzione volontaria di gravidanza e pose fine alla criminalizzazione dell’aborto nei casi previsti dalla legge. Per Bonino, tuttavia, la 194 fu anche il risultato di un compromesso politico, costruito in modo da poter essere accettato da una parte della Democrazia cristiana attraverso l’astensione o l’assenza dal voto. La sua approvazione non chiuse quindi la discussione: negli anni successivi Bonino continuò a segnalare le difficoltà nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza.
Tra i problemi indicati citò soprattutto l’obiezione di coscienza, che in alcune regioni avrebbe prodotto una mancata applicazione della legge, e la diffusione tardiva dell’aborto farmacologico rispetto ad altri Paesi europei. Pur riconoscendone i limiti, Bonino ha però considerato la 194 una conquista importante e una norma che ha funzionato, garantendo una possibilità regolata dalla legge.
La vicenda personale dell’esponente radicale è così diventata uno dei simboli della stagione dei diritti civili degli anni Settanta. Dall’esperienza clandestina all’autodenuncia, dalla mobilitazione referendaria all’ingresso nelle istituzioni, la sua battaglia ha collegato aborto, salute e autodeterminazione. Il racconto di quella esperienza è stato utilizzato da Bonino come denuncia pubblica e come impegno affinché nessun’altra donna fosse costretta a vivere la stessa paura e la stessa umiliazione.