Almeno 270 persone sono morte nell’alluvione che il 26 agosto ha colpito l’area himalayana al confine tra Nepal e Tibet. I bilanci diffusi separatamente dalle autorità dei due Paesi indicano inoltre 823 dispersi in Nepal e 558 nella contea tibetana di Gyirong. Le cifre potrebbero in parte sovrapporsi e restano soggette a verifiche, mentre le squadre di soccorso continuano a cercare persone isolate o intrappolate dal fango.
Secondo la polizia nepalese, nel Paese sono stati recuperati 177 corpi. Tra gli 823 irreperibili figurano 517 stranieri, mentre l’elenco dell’Ente del turismo comprende visitatori di numerose nazionalità. Sul versante cinese, i dispersi sono 558, tra cui 260 cittadini stranieri; tre persone sono state confermate morte. Le operazioni sono concentrate nei distretti nepalesi di Rasuwa e Nuwakot e nell’area del porto di frontiera di Gyirong, dove strade e collegamenti sono stati sommersi da una colata di fango spessa in alcuni punti quasi un metro e mezzo.
La dinamica dell’alluvione
Le prime ricostruzioni dell’United States Geological Survey indicano che l’evento non sarebbe stato provocato da un terremoto, come ipotizzato nelle fasi iniziali. Le analisi delle stazioni sismiche, delle onde a lungo periodo e delle immagini satellitari hanno ricondotto le vibrazioni registrate al crollo di un ghiacciaio e alla successiva colata di detriti nel fiume Lhende Khola, affluente del Bhote Koshi. La massa di ghiaccio e rocce avrebbe fatto crescere i livelli dei corsi d’acqua in modo repentino, causando la piena distruttiva a valle.
Gli esperti dell’International Centre for Integrated Mountain Development stanno valutando anche il possibile ruolo di frane e sbarramenti naturali lungo i fiumi. A monte di Gyirong si è formato un lago di sbarramento e le autorità cinesi temono che la diga naturale possa cedere o essere oltrepassata dall’acqua, provocando una nuova piena. In Nepal, secondo i dati disponibili, il Trishuli è salito di nove metri in circa 30 minuti a Galchchi e di sette metri nello stesso intervallo a Malekhu. Il cambiamento climatico viene indicato dagli scienziati come un possibile fattore di destabilizzazione di ghiacciai, permafrost e versanti, ma il suo peso specifico nella catastrofe non è ancora stato accertato.
Soccorritori al lavoro
L’esercito nepalese ha schierato 2.000 militari per le ricerche via terra e via aria. Le operazioni proseguono anche nelle gallerie di alcuni progetti idroelettrici: a Haku, nel distretto di Rasuwa, sette persone sono state estratte da un tunnel e complessivamente 95 persone sono state tratte in salvo nell’area di Timure, tra cui 21 turisti indiani. In Cina, fango, piogge e rischio di nuovi cedimenti rallentano l’arrivo dei soccorritori; sono stati impiegati mezzi pesanti e droni per liberare gli accessi, valutare i danni e mantenere le comunicazioni.
La Farnesina ha riferito che circa 90 italiani risultavano registrati nell’area tra Nepal e Tibet. Due connazionali inizialmente considerati irreperibili sono stati evacuati in buone condizioni dal versante nepalese e assistiti dalla diplomazia italiana. Il Dalai Lama ha espresso cordoglio per le vittime e vicinanza alle famiglie colpite. La priorità resta ora la ricerca dei dispersi e la messa in sicurezza dei bacini e dei corsi d’acqua, in una zona dove le condizioni meteorologiche e la conformazione montuosa rendono gli interventi particolarmente complessi.