È salito a 633 il numero delle vittime delle inondazioni che hanno colpito la valle del fiume Trishuli e le aree di confine tra Nepal e Tibet cinese. Il bilancio, ancora provvisorio, comprende i morti accertati sui due versanti della frontiera. Le autorità indicano inoltre quasi 3.000 persone disperse, mentre le operazioni di ricerca proseguono in condizioni estremamente difficili.
La catastrofe è stata provocata dal collasso di una massa di ghiaccio e roccia staccatasi da un ghiacciaio d’alta quota. I detriti hanno ostruito temporaneamente un corso d’acqua, formando una diga naturale il cui cedimento ha liberato una violenta colata di acqua, fango e detriti. Le analisi dell’Ingv e di altri centri scientifici hanno ricondotto a questo fenomeno anche il segnale sismico inizialmente interpretato come un terremoto. Il ruolo dei cambiamenti climatici resta oggetto di valutazione.
Ricerche tra fango e infrastrutture distrutte
Nel distretto nepalese di Rasuwa, una delle aree più colpite, squadre dell’esercito e della polizia stanno cercando di raggiungere persone rimaste intrappolate nelle gallerie di alcuni progetti idroelettrici. Sette operai sono stati salvati da un tunnel, ma le operazioni continuano in altre strutture. Le autorità hanno già evacuato centinaia di persone, anche con elicotteri, mentre il fango e i detriti rendono impraticabili strade e ponti. Sul versante cinese, a Gyirong, sono stati mobilitati centinaia di soccorritori con gommoni, droni e mezzi specializzati.
Gli interventi sono condizionati anche dal rischio di una nuova piena. A monte dell’area devastata si è formato un lago di sbarramento che ha contenuto milioni di metri cubi d’acqua. Il suo livello è stato monitorato dalle autorità cinesi, preoccupate per una possibile tracimazione o per il cedimento della barriera di detriti. Le piogge attese e l’instabilità dei versanti hanno imposto sospensioni temporanee delle attività e l’allontanamento delle squadre dalle zone più esposte.
Tre italiani ancora irreperibili
La Farnesina ha inviato a Kathmandu una task force dell’Unità di crisi, affiancata da funzionari dell’ambasciata italiana a New Delhi, per assistere i connazionali e verificare le segnalazioni. Restano senza notizie Marco Ratto, orafo di Rapallo, e una coppia italo-svizzera. I tre si trovavano nella zona di frontiera tra Nepal e Tibet, dove un posto di passaggio è stato travolto dalla piena. Le autorità italiane stanno controllando gli elenchi con agenzie di viaggio, guide e operatori locali. Altri connazionali sono stati evacuati e risultano in buone condizioni.
Il disastro ha coinvolto viaggiatori e lavoratori di numerosi Paesi. I soccorritori hanno recuperato anche i corpi di alcune persone trascinate dai fiumi verso l’India, mentre tra gli irreperibili figurano centinaia di stranieri, molti dei quali turisti e pellegrini. Una donna di 97 anni è stata estratta viva dalle macerie di una struttura crollata e trasferita in ospedale. In Nepal, inoltre, il governo ha chiesto a Meta e TikTok di rimuovere immagini false, video generati con l’intelligenza artificiale e richieste di donazioni associate a codici QR fraudolenti.
La devastazione ha distrutto abitazioni, collegamenti stradali, ponti, scuole e impianti idroelettrici, lasciando isolate intere comunità. Le organizzazioni umanitarie stimano decine di migliaia di persone colpite e segnalano gravi necessità per acqua, cibo, assistenza sanitaria e ripari. L’Unione europea ha stanziato 2 milioni di euro per gli aiuti immediati; risorse sono state annunciate anche da Stati Uniti, Canada, India, Corea del Sud, Conferenza episcopale italiana e altri Paesi. Il ministro delle Finanze nepalese ha stimato in 4-5 miliardi di dollari il fabbisogno per la ricostruzione.