Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, avviato anche con la partecipazione israeliana, ha superato i sei mesi, ben oltre la durata di quattro o cinque settimane inizialmente ipotizzata dall’amministrazione di Donald Trump. Secondo il quadro ricostruito nel testo, i raid cominciati il 28 febbraio hanno colpito la leadership iraniana e infrastrutture militari. Teheran ha risposto con missili e droni contro basi americane in Bahrein, Kuwait, Giordania e Iraq. Il Centcom sostiene di avere colpito oltre 13 mila obiettivi iraniani, mentre il bilancio statunitense indicato è di 18 militari morti e più di 750 feriti.
Hormuz al centro della crisi
La reazione più incisiva dell’Iran è stata il blocco del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, una delle principali rotte energetiche mondiali. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha dichiarato che Teheran non ha fretta di riaprire il passaggio e che l’intesa con l’Oman non entrerà in vigore finché Washington non rispetterà i propri impegni. Il presidente Masoud Pezeshkian ha invece parlato di una roadmap per la riapertura, sottoposta all’approvazione della Guida suprema Mojtaba Khamenei. Restano però da definire garanzie su sanzioni, fondi iraniani congelati, investimenti e cessazione delle azioni militari in Libano.
Sul piano economico, il prezzo del petrolio è aumentato del 25% e la benzina negli Stati Uniti ha superato i quattro dollari al gallone. La Brown University stima un costo aggiuntivo di circa 700 dollari per persona, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha quantificato in oltre 37,5 miliardi di dollari la spesa già sostenuta da Washington. Al Congresso sono stati chiesti altri 67,1 miliardi per l’anno in corso. Il Wall Street Journal riferisce inoltre di scorte militari americane ridotte, soprattutto per i sistemi Patriot e per i missili Atacms, con possibili ricadute sulla capacità di risposta in Europa e Asia. Casa Bianca e Pentagono hanno respinto l’ipotesi di una carenza grave.
Pressioni politiche e nuovi attacchi
Il consenso interno agli attacchi è sceso al 31%, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto alla fine di agosto. In vista delle elezioni di midterm, anche esponenti repubblicani hanno espresso preoccupazione per la durata delle operazioni. Sul fronte diplomatico, il memorandum d’intesa di metà giugno è stato dichiarato decaduto da Trump dopo le violazioni della tregua. Washington punta ora su sanzioni e blocco dei porti, senza indicare una scadenza per la strategia economica.
Nel frattempo, la crisi continua a coinvolgere l’intera regione. In Cisgiordania, a Jalud, coloni israeliani incappucciati hanno aggredito una troupe di NBC News e una donna palestinese di 51 anni: cinque persone sono rimaste ferite, tra cui il corrispondente Matt Bradley. Benjamin Netanyahu ha condannato l’accaduto. Nel Libano meridionale, fonti militari hanno riferito di raid aerei e bombardamenti israeliani in diverse località. Il presidente del Parlamento Nabih Berri ha chiesto una nuova forza internazionale dopo la scadenza del mandato Unifil, prevista per il 31 dicembre.
A Gaza, Israele ha confermato un attacco contro il complesso dell’ospedale dei Martiri di Al Aqsa, a Deir al Balah, sostenendo di avere colpito un comandante del braccio militare di Hamas. Fonti locali hanno riferito di diversi feriti, mentre Al Jazeera ha segnalato un morto in un attacco ad al-Musaddar. In Iran, Khamenei e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi hanno invocato l’unità dei Paesi musulmani e accusato Stati Uniti e Israele di voler alimentare divisioni. Araghchi ha inoltre ribadito che le forze iraniane risponderanno a eventuali attacchi. Lo Shin Bet ha infine confermato il rientro in Israele di Yair Netanyahu dopo una minaccia ritenuta significativa per la sua sicurezza.