Crisi mediorientale

Houthi conquistano Mocha e Perim, il petrolio supera i 100 dollari

La presa delle rotte strategiche alimenta le tensioni regionali e spinge i mercati energetici verso nuovi rincari

Houthi conquistano Mocha e Perim, il petrolio supera i 100 dollari

L’avanzata degli Houthi lungo le coste dello Yemen sta modificando gli equilibri della crisi mediorientale e riaccende i timori per la sicurezza delle principali rotte energetiche. Secondo le informazioni riportate nel punto sulla situazione regionale, le milizie avrebbero preso il controllo della città portuale di Mocha e dell’isola di Perim, all’imboccatura dello stretto di Bab el-Mandeb. La nuova offensiva interromperebbe la tregua in vigore dal 2022 e rafforzerebbe la posizione del movimento nel nord del Paese.

La conquista dell’isola, collocata in una posizione strategica tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, apre un ulteriore fronte nel confronto che coinvolge l’Iran e i suoi avversari regionali. Il controllo, diretto o esercitato attraverso forze alleate, di Bab el-Mandeb e dello stretto di Hormuz consentirebbe a Teheran di esercitare una pressione significativa sui collegamenti marittimi utilizzati per trasferire il petrolio dal Golfo verso il Mediterraneo e i mercati occidentali.

Pressioni sulle rotte energetiche

Le conseguenze si sono riflesse sui mercati. Il prezzo del greggio è tornato oltre i 100 dollari al barile, mentre il traffico nello stretto di Hormuz sarebbe sceso ai livelli minimi, con meno di dieci navi al giorno in transito secondo la ricostruzione fornita. La riduzione dei passaggi rende più difficile anche il tentativo dell’Arabia Saudita di indirizzare una parte delle proprie esportazioni attraverso il Mar Rosso.

Riad avrebbe reagito con raid aerei contro Mocha e altre infrastrutture locali, senza riuscire a fermare l’avanzata degli Houthi. Le forze governative yemenite, sempre secondo le informazioni disponibili, non disporrebbero di un adeguato sostegno tattico terrestre. In questo quadro, il presidente statunitense Donald Trump avrebbe comunicato al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman che Washington non intende avviare un intervento militare diretto.

Gli Stati Uniti prevedono invece di limitarsi alla condivisione di informazioni di intelligence e al supporto per l’individuazione degli obiettivi. Per coordinare queste attività, l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, si sarebbe recato in Arabia Saudita, dove opererebbero tra 100 e 200 consiglieri militari americani. Le alleanze regionali recentemente costruite, compreso il Patto della Mecca con Turchia e Pakistan, non sarebbero state attivate.

Il canale diplomatico in Oman

Un possibile spazio per una soluzione diplomatica è rappresentato dall’incontro annunciato per lunedì in Oman. Alla riunione dovrebbero partecipare rappresentanti dell’Iran, dell’Iraq e dei Paesi arabi del Golfo, con l’obiettivo di discutere la riapertura di corridoi sicuri per la navigazione nello stretto di Hormuz. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha inoltre indicato Muscat come sede di un’intesa sulla gestione dei transiti, da sottoporre poi all’Organizzazione marittima internazionale.

Nel frattempo, la crisi coinvolge anche altri snodi regionali. L’Arabia Saudita ha chiuso l’oleodotto East-West dopo attacchi con droni, che secondo le autorità del Bahrein sarebbero partiti dal territorio iracheno. Baghdad ha disposto la chiusura precauzionale del valico di Shalamcheh con l’Iran e ha avviato la ricerca dei responsabili, mentre un comandante iracheno della provincia di Maysan è stato rimosso dopo le indagini sugli attacchi.

Sullo sfondo restano le tensioni tra Washington e Teheran, il confronto tra Stati Uniti e Cina per il presunto trasferimento di immagini satellitari a sostegno dell’Iran e i movimenti di unità navali russe dirette verso la Siria. Sul piano diplomatico, i colloqui tra Israele e Libano previsti a Roma sono stati rinviati a ottobre; un incontro intermedio tra i rispettivi ambasciatori è atteso la prossima settimana a Washington.