Iran e Houthi stanno aumentando la pressione sulle principali rotte energetiche del Medio Oriente, in un momento di forte tensione tra Teheran e Washington. Secondo l’analisi rilanciata dal New York Times, la Repubblica islamica starebbe sfruttando l’azione dei propri alleati regionali per rafforzare il potere negoziale nel confronto con gli Stati Uniti e con il presidente Donald Trump.
Il quadro resta però complesso per Teheran. L’Iran è sottoposto a una pesante pressione economica, aggravata dal blocco navale statunitense dei porti meridionali e dall’inasprimento delle sanzioni, che ne limita i rapporti con il resto del mondo. Allo stesso tempo, la posizione conquistata dagli Houthi in Yemen sta modificando gli equilibri regionali. Il gruppo, sostenuto dall’Iran ma non considerato dagli analisti né un semplice strumento di Teheran né completamente indipendente, minaccia ora il traffico nello Stretto di Bab-el-Mandeb, mentre lo Stretto di Hormuz è da mesi al centro dello scontro con gli Usa.
Le rotte energetiche sotto pressione
La possibile crisi simultanea dei due passaggi marittimi rischia di ridurre ulteriormente le vie utilizzate per esportare il petrolio dal Medio Oriente. Il prezzo dell’energia è già in aumento e i Paesi vicini all’Iran potrebbero essere spinti a riconoscere, in qualche forma, l’autorità di Teheran sullo Stretto di Hormuz. Secondo il quotidiano statunitense, nell’ultima settimana l’Iran e i suoi alleati hanno usato l’escalation militare per compromettere la stabilità residua nella regione, soprattutto in Yemen.
Gli attacchi degli ultimi giorni, sostengono gli analisti, avrebbero dato a Teheran un margine negoziale maggiore, almeno temporaneamente. Gregory Brew, analista senior dell’Eurasia Group, ha osservato che i successi degli Houthi in Yemen hanno riportato l’equilibrio a favore dell’Iran. La strategia avrebbe modificato lo status quo senza trasformare il confronto in una guerra su vasta scala, eventualità che il regime iraniano non vorrebbe affrontare in questa fase. Il sostegno di Teheran agli Houthi comprende armi, finanziamenti e assistenza logistica.
La cautela di Washington
Donald Trump, per ora, non ha cambiato atteggiamento nei confronti degli Houthi. Il presidente statunitense ha riferito di avere avuto discussioni con il gruppo e ha sostenuto che gli Houthi non vogliono un attacco americano, circostanza però smentita dagli stessi ribelli. L’Arabia Saudita avrebbe chiesto due volte un intervento degli Stati Uniti senza ottenere una risposta positiva. Trump ha escluso tensioni con Riad, definendo il principe ereditario Mohammed bin Salman un buon amico e assicurando che la situazione si sarebbe risolta.
Riad si è quindi mosso autonomamente. Gli Houthi affermano che l’Arabia Saudita abbia condotto 129 attacchi aerei in 48 ore contro postazioni nei governatorati yemeniti di Taiz, Marib, Hodeidah, Al-Jawf, Saada, Amran e Hajjah. Secondo la loro ricostruzione, nelle operazioni sarebbero stati impiegati caccia F-15 e Typhoon decollati dalle basi saudite di Khamis Mushait e Taif. Si tratta di informazioni attribuite agli Houthi e non accompagnate, nel testo, da una verifica indipendente.
L’Arabia Saudita, principale esportatore mondiale di petrolio, è diventata più dipendente dalle rotte del Mar Rosso dopo la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz all’inizio della guerra. A luglio gli Houthi hanno annunciato il blocco delle navi saudite, attaccando imbarcazioni in transito e infrastrutture energetiche del regno. Le esportazioni saudite sono così scese, secondo il New York Times, al livello più basso degli ultimi 13 anni. Venerdì un oleodotto diretto verso i porti sauditi sul Mar Rosso è stato inoltre chiuso temporaneamente dopo un attacco con droni proveniente dall’Iraq, ha dichiarato il ministero dell’Energia saudita.
Non è ancora chiaro chi abbia condotto l’attacco. In passato Riad ha accusato milizie irachene sostenute dall’Iran di aver colpito le proprie infrastrutture energetiche; Trump ha dichiarato sabato che Teheran era probabilmente responsabile. L’eventuale ulteriore aumento del prezzo del petrolio rappresenterebbe un rischio politico per il presidente americano, mentre gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni di metà mandato.