Quadro regionale

Raid israeliani tra Gaza, Cisgiordania e Libano: cinque morti

Teheran ribadisce l’appoggio a Beirut mentre Washington segnala difficoltà strategiche nel Golfo e il traffico marittimo aumenta

Raid israeliani tra Gaza, Cisgiordania e Libano: cinque morti

Le forze israeliane hanno condotto nuovi attacchi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e nel sud del Libano, mentre restano aperti i fronti diplomatici e militari con l’Iran. Il bilancio complessivo riportato nelle diverse comunicazioni parla di cinque morti, ma le informazioni arrivano da fonti differenti e in alcuni casi non sono ancora disponibili dettagli completi sulle vittime.

A Khan Younis, nel sud di Gaza, un attacco israeliano con drone contro alcuni veicoli ha provocato vittime. Lo ha riferito Al Jazeera, citando una fonte dei servizi di ambulanza e di emergenza della Striscia, senza precisare nell’immediato il numero delle persone coinvolte né le condizioni dei feriti. Un’altra vittima palestinese è stata segnalata nel villaggio di al-Musaddar, a est di Deir el-Balah, dopo un attacco condotto con fuoco israeliano.

Le operazioni rivendicate dall’Idf

Le Forze di difesa israeliane hanno inoltre dichiarato di avere ucciso a Gaza due comandanti, uno di Hamas e uno della Jihad islamica. Secondo l’Idf, Ibrahim Nabil Ibrahim Bass, indicato come comandante dell’ala militare di Hamas, è stato colpito nell’area di al-Shati, mentre Hamdi Ahmad Hamid Kahlil, comandante di un plotone di osservazione della Jihad islamica, sarebbe stato ucciso in un attacco a Sabra. L’esercito israeliano ha sostenuto che Bass avesse partecipato all’attacco del 7 ottobre e ha aggiunto di avere adottato misure per limitare il rischio per i civili.

In Cisgiordania, l’Idf ha riferito di avere ucciso tre miliziani nell’area di Jenin, tra cui Qais Bitawi, descritto come un esponente locale di Hamas. L’esercito ha sostenuto che l’uomo fosse coinvolto nella pianificazione, nel finanziamento e nell’esecuzione di attacchi contro civili israeliani e forze di sicurezza. Nel campo profughi di al-Amari, ad al-Bireh, due palestinesi, tra cui un ragazzo di 15 anni, sono stati invece feriti durante un raid. La Mezzaluna Rossa palestinese ha riferito di aver soccorso persone colpite da proiettili veri.

Pressioni sul Libano e tensione sullo Stretto

Nel sud del Libano, media locali hanno riferito di attacchi con droni israeliani a Nabatieh al-Fawqa. In un bombardamento ad Arab Salim, nel distretto di Nabatieh, una donna è morta e un’altra, insieme alla figlia, è rimasta ferita. L’Idf ha dichiarato di avere colpito infrastrutture di Hezbollah in risposta al lancio di droni esplosivi contro forze israeliane nella cosiddetta Zona di sicurezza. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha definito illegittimo e umiliante l’accordo quadro tra Israele e il governo libanese, sostenendo che danneggi la sovranità del Libano.

Da Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito il sostegno dell’Iran al popolo libanese e ha chiesto la fine della guerra e il ritiro israeliano dai territori libanesi occupati. Il ministro ha anche affermato che l’Iran risponderà a eventuali attacchi e continuerà a resistere alle sanzioni statunitensi. Il presidente Masoud Pezeshkian ha definito l’intesa raggiunta a Islamabad un successo diplomatico e ha parlato di una possibile roadmap per la riapertura dello Stretto di Hormuz, subordinata a ulteriori garanzie e negoziati.

Sulla navigazione nel Golfo Persico restano però versioni contrapposte. I Pasdaran hanno sostenuto che Hormuz sia chiuso alle navi prive di coordinamento con Teheran, mentre i dati dell’United Kingdom Maritime Trade Operations indicano una ripresa graduale dei transiti, con una media di circa 29 navi mercantili al giorno nell’ultima settimana. L’Organizzazione marittima internazionale ha denunciato almeno 400 navi bloccate, circa 6.000 marittimi intrappolati e 19 morti in 70 attacchi alle rotte dall’inizio delle ostilità.

La crisi continua a produrre conseguenze anche sul dispositivo militare statunitense. Secondo il Wall Street Journal, il conflitto avrebbe ridotto le scorte americane di intercettori e missili, soprattutto in Europa, con possibili ripercussioni sulla capacità di risposta a eventuali crisi con Russia e Cina e sulle forniture destinate all’Ucraina. La Casa Bianca e il Pentagono hanno respinto l’ipotesi di una carenza grave. Nel frattempo, diplomatici statunitensi e familiari hanno iniziato a rientrare in alcune ambasciate del Medio Oriente, senza che questo indichi necessariamente un cambiamento della linea dell’amministrazione Trump verso l’Iran.