L’inflazione italiana ha rallentato leggermente a luglio, passando dal 3% di giugno al 2,9%. Un miglioramento che, secondo Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, può essere letto come un segnale positivo, ma non consente di escludere una debolezza della domanda interna. Intervistato da Adnkronos, l’economista invita quindi a valutare il dato con cautela, anche alla luce dell’aumento dei costi energetici e dell’incertezza legata ai conflitti internazionali.
Per Noci, la stabilità dei prezzi evita un ulteriore elemento di penalizzazione per famiglie e imprese. Allo stesso tempo, però, l’assenza di variazioni significative può indicare che i consumi non stiano sostenendo abbastanza l’economia. Il rischio, nella prospettiva dei prossimi mesi, è che una domanda interna poco dinamica finisca per frenare la crescita e che gli effetti economici e occupazionali delle guerre non siano ancora emersi interamente.
Le prospettive per prezzi ed export
La previsione di un’inflazione al 2,7% nel 2026 viene giudicata dall’esperto compatibile con un quadro ancora gestibile. Il riferimento è all’obiettivo del 2% delle banche centrali, considerato un livello fisiologico e utile a sostenere la domanda. In un contesto segnato da forti complessità, una crescita dei prezzi non troppo distante da quel parametro rappresenterebbe, secondo Noci, un risultato accettabile.
Per rafforzare il prodotto interno lordo, l’Italia dovrebbe continuare a puntare sull’export, aumentando però la diversificazione dei mercati di destinazione. Il Paese risulta ancora troppo esposto verso gli altri Stati europei e dovrebbe guardare con maggiore attenzione all’Asia e, in prospettiva, all’Africa. Tra gli effetti indiretti delle tensioni internazionali, Noci segnala inoltre il turismo: alcuni flussi diretti verso il Golfo avrebbero scelto l’Italia a causa dei rischi percepiti in quell’area.
Un capitolo specifico riguarda la Cina. La debolezza della domanda interna cinese sta spingendo una quota crescente della produzione sui mercati esteri e, secondo l’intervistato, l’Europa rischia di assorbire una parte rilevante di questa sovraccapacità. Le esportazioni cinesi verso l’Unione europea sono aumentate del 16% a luglio, dato che rafforza la preoccupazione per la competitività dell’industria europea.
Le priorità per la politica economica
La risposta, per Noci, non dovrebbe limitarsi a dazi e tariffe. Servono politiche strutturali a sostegno della competitività, comprese quelle sull’intelligenza artificiale. Nel dibattito sulla manovra, il prorettore individua tre vulnerabilità da affrontare: la dipendenza energetica, la trasformazione digitale del sistema manifatturiero e la riorganizzazione della pubblica amministrazione.
Tra i nodi indicati c’è anche la frammentazione dei centri decisionali e di spesa. L’Italia conta circa 8 mila enti locali, mentre nei prossimi cinque anni è previsto il pensionamento di circa un milione di dipendenti pubblici. Per questo, secondo Noci, non sarebbero sufficienti interventi incrementali: servirebbero cambiamenti più profondi nell’assetto istituzionale e nella gestione delle risorse.
Il reperimento dei fondi dovrebbe partire dalla razionalizzazione delle agevolazioni fiscali e dalla riduzione delle inefficienze e delle duplicazioni. A queste misure l’esperto affianca la possibilità di ricorrere a debito comune europeo e a strumenti di finanza straordinaria capaci di mobilitare capitali privati, private equity e venture capital. Anche la spesa per la difesa, infine, viene indicata come possibile leva per sostenere industria e tecnologia, oltre alla sicurezza.