Banca ed Economia

La banca che serve all’Italia: perché la visione di Lovaglio va rafforzata

Il commento di Silviano Di Pinto, esperto in “Analisi di Bilancio, Pianificazione Finanziaria e strumenti di garanzia per le imprese”

La banca che serve all’Italia: perché la visione di Lovaglio va rafforzata

Perché l’operazione proposta può diventare un modello italiano di banca forte, competitiva e radicata nei territori, capace di sostenere PMI, settore primario e manifattura.

L’operazione: che cosa prevede il progetto di Lovaglio

Il progetto illustrato da Luigi Lovaglio si fonda su una doppia operazione di aggregazione destinata a ridisegnare profondamente il perimetro di Monte dei Paschi di Siena.

La prima direttrice riguarda l’integrazione tra MPS e Banco BPM, presentata come la combinazione di due banche tradizionali complementari sotto il profilo geografico, commerciale e della clientela. Nella visione espressa da Lovaglio, Banco BPM porterebbe una forte presenza nel Nord Italia, mentre MPS conserverebbe il proprio storico radicamento nel Centro-Sud. L’obiettivo dichiarato non è smembrare reti, clienti o relazioni, ma costruire un gruppo più ampio preservando l’integrità degli asset e rafforzando la capacità di credito.

La seconda direttrice riguarda Banca Generali, che avrebbe il compito di accelerare lo sviluppo nelle attività di wealth management, risparmio gestito, consulenza e distribuzione di prodotti finanziari e assicurativi. Nell’intervista, Lovaglio la descrive come una piattaforma capace di completare l’architettura del nuovo gruppo e di ampliare la gamma dei servizi offerti.

L’operazione, quindi, non si limiterebbe a creare una banca di dimensioni maggiori. L’obiettivo sarebbe costruire un gruppo finanziario integrato, capace di unire banca commerciale, credito, gestione del risparmio, assicurazione, consulenza e servizi patrimoniali.

Secondo i dati richiamati nell’intervista, il gruppo risultante potrebbe arrivare a circa 11 milioni di clienti, oltre 800 miliardi di attività finanziarie e circa 250 miliardi di crediti alla clientela.

È proprio da questa architettura che, a mio avviso, nasce il valore strategico del progetto.

Non una mera crescita dimensionale, ma la possibilità di creare una piattaforma bancaria nazionale capace di competere su scala europea e, contemporaneamente, di mantenere una forte prossimità all’economia reale.

Oltre la finanza straordinaria: un progetto industriale per il sistema Paese

L’operazione sostenuta da Luigi Lovaglio merita di essere letta ben oltre la dimensione della finanza straordinaria.

Il punto non è soltanto costruire un gruppo bancario più grande.

La vera questione è comprendere se questa aggregazione possa diventare un nuovo modello di banca italiana: più forte, più completa, più competitiva e più vicina alle imprese.

Ed è proprio questo l’aspetto che considero più interessante della visione di Lovaglio: utilizzare la dimensione non come fine, ma come strumento per aumentare capacità di investimento, solidità, specializzazione, innovazione e, soprattutto, capacità di sostegno all’economia reale.

Una banca più grande ha senso se la maggiore scala si traduce in maggiore capacità di fare banca.

Ciò significa più capitale, migliore gestione del rischio, più tecnologia, più competenze specialistiche, più consulenza e una maggiore capacità di accompagnare famiglie e imprese lungo tutto il ciclo economico.

Per questa ragione l’operazione non dovrebbe essere valutata esclusivamente attraverso concambi, sinergie, multipli o ritorni per gli azionisti.

La domanda decisiva è un’altra:

quale contributo potrà offrire il nuovo gruppo allo sviluppo del sistema produttivo italiano?

La banca del territorio del futuro non deve essere una banca piccola

Per molti anni si è quasi automaticamente identificata la banca del territorio con la banca di dimensioni contenute.

È una contrapposizione che oggi considero superata.

La banca del territorio del futuro dovrà essere sufficientemente grande da sostenere gli investimenti richiesti dalla digitalizzazione, dalla regolamentazione prudenziale, dalla cybersecurity, dall’intelligenza artificiale e dalla crescente complessità dei sistemi di controllo del rischio.

Ma dovrà, nello stesso tempo, essere sufficientemente vicina alle imprese da comprenderne realmente attività, mercato, filiera, management e prospettive.

Il modello che immagino può essere sintetizzato in tre concetti:

digitale nei processi, industriale nella valutazione, territoriale nella relazione.

La tecnologia deve migliorare e velocizzare l’analisi del credito; non deve sostituire la capacità di comprendere l’impresa.

Un bilancio, da solo, non racconta il portafoglio ordini, il know-how, la qualità della clientela, il posizionamento nella filiera, il valore del management, la capacità produttiva o il patrimonio di competenze accumulato nel tempo.

La vera banca del territorio è quella che riesce a leggere anche questi elementi.

PMI, agricoltura e manifattura: il patrimonio produttivo da rafforzare

Questa impostazione assume una particolare importanza per l’Italia.

Il nostro sistema produttivo continua a fondarsi in larga parte su PMI, distretti industriali, settore agricolo, agroindustria e manifattura.

Si tratta di un patrimonio fatto di qualità, specializzazione, conoscenza, capacità produttiva, esportazione e relazioni di filiera che deve essere preservato e rafforzato.

Le imprese italiane devono affrontare investimenti sempre più importanti in automazione, digitalizzazione, transizione energetica, innovazione, internazionalizzazione e crescita dimensionale.

Nel settore primario, ad esempio, occorrono competenze capaci di interpretare stagionalità, cicli produttivi, volatilità dei prezzi, rischio climatico e tempi di ritorno degli investimenti.

Nel manifatturiero è necessario comprendere il valore dei distretti, della subfornitura, delle relazioni industriali, del capitale umano e della specializzazione tecnica.

Una grande banca italiana con una presenza realmente radicata nei territori può diventare il punto di collegamento tra risparmio, credito e investimenti produttivi.

Ed è precisamente qui che il progetto di Lovaglio può assumere una valenza che va oltre la singola operazione societaria.

Più credito, ma soprattutto credito migliore

Lovaglio parla di un gruppo capace di diventare un “motore della crescita italiana”, con più credito alle imprese e maggiore capacità di trasformare il risparmio in investimenti produttivi.

La direzione è, a mio avviso, corretta.

Ma occorre chiarire un principio fondamentale.

Più credito non deve significare credito indiscriminato.

Deve significare credito migliore.

La banca moderna deve essere in grado di distinguere tra imprese sane, organizzate e capaci di generare cassa e imprese strutturalmente incapaci di sostenere il proprio debito.

Questo è ancora più importante oggi, perché l’evoluzione civilistica e bancaria sta trasformando profondamente il rapporto banca-impresa.

Adeguati assetti, pianificazione finanziaria, analisi prospettica, monitoraggio della Centrale dei Rischi, DSCR, posizione finanziaria netta, stress test, covenant e controllo dei flussi stanno progressivamente diventando elementi centrali nella valutazione del merito creditizio.

La banca deve essere sempre più capace di valutare la sostenibilità futura del debito.

L’impresa, parallelamente, deve essere in grado di dimostrare con tempestività la propria capacità di produrre margini, generare cassa e mantenere equilibrio finanziario.

È questo il nuovo concetto di bancabilità.

Dalla banca che finanzia al partner finanziario dell’impresa

Il cambiamento, però, non deve riguardare soltanto l’analisi del credito.

La banca del futuro dovrebbe diventare un partner finanziario permanente dell’impresa.

Non soltanto concedere un finanziamento, ma accompagnare l’azienda lungo l’intero ciclo di sviluppo.

Significa essere presenti nella fase di crescita, negli investimenti, nell’internazionalizzazione, nelle acquisizioni, nei passaggi generazionali e nelle operazioni straordinarie.

Per una PMI significa poter contare su un interlocutore capace di offrire non soltanto credito, ma anche competenze in:

  • M&A;
  • private debt;
  • equity;
  • minibond;
  • mercato dei capitali;
  • gestione della tesoreria;
  • wealth management;
  • protezione assicurativa;
  • finanza agevolata.

È proprio questa integrazione tra banca commerciale, consulenza e gestione patrimoniale che può trasformare una grande banca in una vera piattaforma di crescita per le imprese.

Rafforzare le imprese italiane di fronte alla forza del capitale internazionale

Vi è poi una questione di politica industriale che considero particolarmente importante.

Il capitale internazionale non deve essere demonizzato.

Può rappresentare una potente opportunità di sviluppo, portando risorse finanziarie, tecnologia, competenze manageriali, accesso a mercati internazionali e capacità di crescita.

Il problema nasce quando un’impresa industrialmente valida diventa vulnerabile semplicemente perché finanziariamente troppo debole.

In questi casi il rischio è che aziende sane e dotate di importanti competenze industriali diventino facili obiettivi di operatori finanziariamente molto più forti, non perché abbiano esaurito il proprio progetto industriale, ma perché non dispongono delle risorse necessarie per svilupparlo autonomamente.

La risposta non può essere il protezionismo.

La risposta deve essere rafforzare le nostre imprese.

La migliore tutela dell’impresa italiana è renderla più solida patrimonialmente, più redditizia, più organizzata e finanziariamente più autonoma.

Una banca nazionale di grandi dimensioni, radicata nei territori e capace di integrare credito, consulenza, wealth management e finanza straordinaria può contribuire direttamente a questo processo.

Può aiutare le PMI a comprare, aggregarsi, investire e internazionalizzarsi.

Può permettere loro di diventare soggetti attivi delle operazioni industriali invece di essere sistematicamente oggetto di acquisizione.

Dalle PMI ai campioni nazionali

Il vero obiettivo della politica industriale italiana non può essere conservare indefinitamente una struttura produttiva eccessivamente frammentata.

Dobbiamo creare le condizioni affinché le imprese possano evolvere.

Il percorso dovrebbe essere:

PMI → Mid Cap → campione nazionale → impresa internazionale.

È proprio in questa prospettiva che il progetto sostenuto da Lovaglio può trovare, a mio giudizio, la sua legittimazione industriale più forte.

La dimensione bancaria deve diventare uno strumento per finanziare crescita, aggregazioni, investimenti e consolidamento delle filiere.

Questo vale in particolare per i settori nei quali l’Italia dispone di competenze distintive:

agroalimentare, meccanica, automotive, arredamento, moda, farmaceutica, chimica, costruzioni, impiantistica, servizi industriali e componentistica.

Molte imprese italiane dispongono già delle competenze necessarie per crescere.

Ciò che spesso manca è la scala finanziaria.

Ed è proprio qui che una grande banca del territorio può fare la differenza.

Una banca delle filiere, non soltanto delle singole imprese

Un ulteriore elemento potrebbe essere rappresentato dalla capacità di ragionare non soltanto per singola azienda, ma per filiera.

Il rischio di una PMI non può essere valutato senza considerare il sistema economico nel quale opera.

Una piccola impresa inserita stabilmente nella supply chain di un grande gruppo industriale può presentare caratteristiche di rischio profondamente diverse da una società isolata.

Lo stesso vale per le filiere agricole e agroalimentari.

Produzione primaria, trasformazione, logistica, distribuzione ed export costituiscono spesso un unico ecosistema economico.

Una banca realmente vicina al territorio dovrebbe sviluppare una capacità di lettura trasversale delle filiere e utilizzare questa conoscenza per migliorare la qualità delle decisioni creditizie.

Sarebbe un modo concreto per trasformare la territorialità da semplice presenza fisica in conoscenza economica del territorio.

Dimensione bancaria e concorrenza

Un altro aspetto importante dell’intervista riguarda la concorrenza.

Lovaglio presenta il progetto come una soluzione capace di aumentare la scala del gruppo senza ridurre la pluralità del sistema e sottolinea il valore di un gruppo radicato nel Paese e vicino a famiglie e imprese.

È un punto rilevante.

Una maggiore concentrazione bancaria può produrre efficienza.

Ma un’eccessiva concentrazione può anche ridurre le alternative per imprese e famiglie.

Per questo la creazione di un ulteriore grande polo bancario italiano potrebbe avere un valore anche in termini di equilibrio competitivo, a condizione che la maggiore dimensione non determini un progressivo allontanamento delle decisioni dai territori.

La vera sfida sarà quindi mantenere contemporaneamente scala e prossimità.

La dimensione deve essere un mezzo, non il fine

Le grandezze prospettate nell’operazione — circa 11 milioni di clienti, oltre 800 miliardi di attività finanziarie e circa 250 miliardi di crediti alla clientela — sono certamente significative.

Ma quei numeri acquistano un vero valore strategico soltanto se si trasformano in:

più investimenti;

più credito produttivo;

più consulenza;

più innovazione;

più aggregazioni;

più imprese capaci di competere.

La dimensione deve essere un mezzo. Non il fine.

È questa, a mio avviso, la differenza tra una semplice operazione finanziaria e un vero progetto industriale.

La mia valutazione

Per tutte queste ragioni considero la visione di Luigi Lovaglio non soltanto coerente, ma particolarmente attuale.

Il sistema bancario, il diritto societario e le politiche di sostegno alle imprese stanno progressivamente convergendo verso un paradigma fondato su maggiore selettività, monitoraggio, sostenibilità prospettica e qualità degli investimenti.

In questo scenario l’Italia ha bisogno di banche sufficientemente forti da competere con i grandi operatori finanziari internazionali, ma contemporaneamente capaci di conoscere e comprendere le imprese che costituiscono il tessuto produttivo del Paese.

Una banca che mantenga i centri decisionali vicini ai territori.

Una banca che sappia distinguere tra finanza puramente difensiva e investimenti realmente capaci di generare valore.

Una banca che sostenga le imprese sane nei processi di crescita.

Una banca che possa diventare parte attiva della politica industriale privata del Paese.

“Grande abbastanza per competere con la finanza internazionale, vicina abbastanza per conoscere l’impresa.”

È questa, a mio avviso, la sintesi della sfida.

Se l’operazione saprà realmente seguire questa direzione, il risultato non sarà soltanto la creazione di valore per gli azionisti.

Potrà nascere una banca capace di preservare, finanziare e sviluppare il patrimonio produttivo italiano.

Non una banca destinata a sostenere artificialmente imprese inefficienti.

Ma una banca capace di selezionare, accompagnare e finanziare quelle più solide, organizzate e promettenti.

Una banca capace di sostenere agricoltura, agroindustria, manifattura, distretti produttivi e PMI nella loro crescita dimensionale.

Una banca che aiuti il capitale italiano e il risparmio delle famiglie a ritornare maggiormente nell’economia reale.

Una banca che consenta alle imprese italiane non soltanto di difendersi, ma di crescere, aggregarsi e competere.

È questa, a mio giudizio, la parte più forte della visione di Lovaglio.

Ed è soprattutto questa la ragione per cui considero il progetto non soltanto da sostenere, ma da rafforzare nella sua autentica dimensione industriale, territoriale e strategica per il sistema Paese.