Sicurezza presidenziale

Trump lasciò l’Air Force One, giornalisti all’oscuro

Cambio di velivolo durante la rotta Ankara-Londra: contestato il mancato avviso al gruppo accreditato

Trump lasciò l’Air Force One, giornalisti all’oscuro

Donald Trump avrebbe lasciato in segreto l’Air Force One durante il volo dalla Turchia verso la Gran Bretagna, mentre il Press Pool della Casa Bianca continuava a viaggiare sul velivolo senza conoscere i suoi spostamenti reali. La vicenda, emersa dopo un’inchiesta del Washington Post, ha aperto una nuova polemica tra l’amministrazione americana e i giornalisti accreditati al seguito del presidente.

Il cambio di aereo sarebbe stato organizzato per ragioni di sicurezza, in risposta a una minaccia proveniente dall’Iran. Trump ha spiegato di aver seguito le indicazioni del Secret Service e delle autorità militari, sostenendo che il volo alternativo sul quale aveva preso posto potesse essere il vero obiettivo di un eventuale attacco. Una ricostruzione che, secondo alcuni osservatori, appare in contrasto con la logica dell’operazione, nata proprio per rendere meno individuabile il presidente.

Il pool tenuto all’oscuro

Lo scorso 8 luglio, ai reporter che si trovavano nella parte posteriore dell’aereo era stato chiesto di tenere abbassate le tendine dei finestrini durante il viaggio da Ankara alla Gran Bretagna. Trump sarebbe atterrato in segreto con un altro aereo militare e sarebbe poi risalito sull’Air Force One, utilizzando un camion del catering, per sbarcare davanti alle telecamere come se fosse rimasto a bordo per tutta la durata del volo.

Il Press Pool è un gruppo di giornalisti che ruota tra le testate e fornisce al resto della stampa resoconti, immagini e filmati delle attività presidenziali. Il sistema, in vigore dal 1937, è stato concepito per garantire una presenza indipendente durante gli spostamenti del capo della Casa Bianca. I reporter contestano ora di essere stati usati come esca senza essere informati e parlano di un precedente rischioso per la credibilità dell’informazione.

Un giornalista del pool ha scritto ad Adnkronos di comprendere il ruolo del Secret Service, ma ha ricordato che il compito della stampa è informare su ciò che il presidente fa e dice, non proteggerlo. Il malumore riguarda anche il fatto che i corrispondenti abbiano creduto per più di un mese che Trump fosse sul loro stesso aereo, quando in realtà aveva cambiato velivolo.

Le richieste dei corrispondenti

Jacqui Heinrich, presidente della White House Correspondents Association, ha riferito ai membri dell’associazione di aver avuto un incontro con alti funzionari dell’amministrazione. Al centro del confronto ci sono state la possibilità di documentare in modo indipendente gli spostamenti del presidente e l’integrità delle informazioni diffuse dal pool.

Heinrich ha sostenuto che i giornalisti debbano restare informati anche quando vengono adottate misure straordinarie per la sicurezza. Se un’emergenza li porta a diffondere dati imprecisi o fuorvianti, ha aggiunto, deve essere garantita la possibilità di correggere quanto riferito una volta superato il pericolo. La Casa Bianca non ha risposto alla richiesta di commento sull’impatto dell’operazione sui giornalisti rimasti a bordo.

Il Secret Service e le unità militari ricorrono normalmente a mezzi-esca per proteggere il presidente: nelle carovane possono viaggiare veicoli identici e durante gli spostamenti con Marine One possono volare più elicotteri con la stessa livrea. In caso di attacco, tuttavia, il dispositivo protetto si separa dal resto del gruppo, lasciando gli altri componenti esposti. I dettagli della minaccia iraniana non sono stati resi pubblici e non è quindi possibile stabilire quale rischio abbiano corso i reporter. Gli esperti restano divisi tra chi considera ogni misura estrema giustificata e chi ritiene indispensabile preservare l’autonomia della stampa.