Il 15 agosto 2021 i Talebani rientravano a Kabul, mentre il presidente Ashraf Ghani lasciava il Paese e si concludeva il ritiro delle forze internazionali. A cinque anni di distanza, il movimento al potere cerca un riconoscimento esterno, ma mantiene un controllo sempre più rigido sulla popolazione. L’Afghanistan viene descritto come più stabile sul piano della sicurezza rispetto agli anni di guerra, ma resta attraversato da una crisi umanitaria, economica e dei diritti fondamentali.
Il difficile rapporto con l’estero
Il governo talebano non è riconosciuto dalla comunità internazionale. Delegazioni del movimento hanno tuttavia partecipato a colloqui all’estero e intrattengono rapporti con diversi Paesi. La Russia è diventata lo scorso anno il primo Stato, e finora l’unico, a riconoscere formalmente il regime come governo legittimo dell’Afghanistan. Cina, Emirati Arabi Uniti, India e Turchia collaborano con Kabul su commercio e attività estrattive, mentre con il Pakistan proseguono scambi di accuse e una guerra sottosoglia. A giugno il Belgio ha concesso i visti a cinque inviati talebani per un incontro con la Commissione europea sui rimpatri di cittadini afghani privi del diritto di restare nell’Unione.
La sicurezza resta uno degli elementi decisivi per il futuro del regime. Secondo un ex responsabile della controintelligence e della sicurezza della Nato in Afghanistan, intervistato dall’Adnkronos, i Talebani puntano sul contrasto allo Stato islamico nella provincia del Khorasan, l’Is-K, per uscire dall’isolamento. La fonte sostiene che il gruppo jihadista sia ancora forte nella provincia di Nangarhar, al confine con il Pakistan, dove controllerebbe un’economia parallela fondata su traffici illeciti ed estrazione illegale di minerali. Il portavoce talebano Zabihullah Mujahid ha invece dichiarato a maggio che l’Is è stato completamente eliminato dal Paese.
Droga, povertà e diritti compressi
Il divieto dell’oppio, imposto nell’aprile 2022, ha ridotto le coltivazioni: secondo l’Unodc, nel 2025 gli ettari destinati al papavero erano 10.200, contro i 232mila stimati prima del bando. La stessa fonte segnala però la crescita della produzione e del traffico di droghe sintetiche, in particolare metanfetamine, mentre gli osservatori citati dall’Adnkronos riferiscono di un aumento della raffinazione dell’oppio in eroina.
La riduzione degli aiuti internazionali non ha attenuato l’emergenza. Circa 21,9 milioni di persone, pari al 45% della popolazione, necessitano di assistenza umanitaria; tra loro ci sono 10,7 milioni di donne e ragazze. Save the Children ha segnalato che quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni soffre di grave deperimento e che, nel secondo trimestre del 2026, la malnutrizione acuta infantile è peggiorata in circa due terzi delle province. Emergency ha inoltre riferito che nei primi sei mesi dell’anno il 70% dei pazienti ricoverati per trauma nell’ospedale di Kabul era ferito per violenze o conflitti.
Le Nazioni Unite denunciano più di cento decreti che hanno colpito donne e ragazze, limitandone l’accesso all’istruzione, al lavoro, alla vita pubblica, alla giustizia e all’assistenza sanitaria. Reporters Sans Frontières segnala inoltre oltre venti direttive nazionali e numerosi provvedimenti provinciali contro la libertà di stampa. Giornalisti e attivisti critici, secondo Human Rights Watch, hanno subito intimidazioni, arresti arbitrari e torture; sono state denunciate anche sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali di membri delle forze di sicurezza dell’epoca di Ashraf Ghani.
Il bilancio del ritiro internazionale
Il generale Giorgio Battisti, primo comandante del contingente italiano della missione Isaf in Afghanistan, definisce l’evacuazione del 2021 caotica e sostiene che la comunità internazionale abbia abbandonato la popolazione dopo averla illusa per circa vent’anni. A suo giudizio, il ritiro statunitense, avviato sulla base degli accordi di Doha del 29 febbraio 2020 e disposto da Joe Biden durante la stagione dei combattimenti, contribuì alla demoralizzazione delle forze afghane.
Secondo Battisti, un ritiro programmato in autunno o inverno e un preavviso più ampio avrebbero potuto ridurre i rischi dell’evacuazione. L’Italia condusse l’operazione interforze Aquila Omnia, portando via in aereo oltre 5.000 persone, tra cui 4.890 cittadini afghani, soprattutto collaboratori del contingente e familiari. L’operazione si svolse in un contesto di elevata insicurezza, segnato dal rischio di attentati e dagli scontri con i Talebani, mentre il Paese precipitava sotto il controllo del movimento.